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Mirko Gori lancia la riscossa: «Triestina calcio fragile, risorgeremo»

Il 29enne ex bandiera del Frosinone è ottimista sul futuro rossoalabardato «Campionato competitivo. A noi manca la scintilla per cambiare marcia»

Antonello Rodio
Aggiornato alle 2 minuti di lettura

TRIESTE La storia di Mirko Gori è più unica che rara nel calcio moderno, dove si cambia squadra con una certa frequenza. Il centrocampista alabardato, che a febbraio compirà 30 anni, ha giocato invece per oltre dieci anni nel Frosinone, la squadra della sua città, in una magica storia fatta di tre promozioni (delle quali due nella massima serie) e chiusa con 233 presenze fra serie A, B e C.

Appena lo scorso gennaio, quando è andato per qualche mese ad Alessandria, ha vissuto un’esperienza diversa, prima di legarsi alla Triestina con un contratto triennale.

Gori, come riassumere in poche parole la sua storia d’amore ricca di successi con il Frosinone?

«Dopo aver fatto il settore giovanile, il mio sogno era di giocare nel Frosinone, la mia città. Ho avuto la fortuna di incontrare l’allenatore giusto e i compagni giusti, si sono incastrate tante cose che ci hanno portato a raggiungere traguardi impensabili. Per me è stata un’emozione grandissima».

E come mai la storia è finita?

«Perché anche le cose più belle finiscono, si era arrivati a un punto in cui non si poteva più continuare questa avventura».

Si è trovato a fare un’esperienza diversa appena a 29 anni: che sensazione è stata?

«Ho sempre avuto una visione un po’ romantica del calcio. Ho avuto delle possibilità di andare via a 23-24 anni, ma ho sempre preferito rimanere a Frosinone. Non perché avessi paura di fare altre esperienze, ma un po’ perché era la squadra della mia città e un po’ perché giocavamo sempre per vincere o eravamo in A. Ho fatto questo passo a 29 anni, pienamente cosciente del fatto che non c’era più nulla da dare: quindi non è stata una scelta fatta a malincuore».

Trovarsi per la prima volta fuori da un contesto che conosceva bene, le sta creando difficoltà particolari?

«Assolutamente no, anzi qui mi trovo benissimo e non ho avuto problemi di ambientamento. Purtroppo è un periodo in cui le cose non girano e non riusciamo a trovare le chiavi per farle andare».

Ha condiviso i successi di Frosinone con Ciofani e Paganini: vi siete chiesti come se ne esce da questa situazione?

«Lavoriamo tutti i giorni per trovare una soluzione, in questo momento la squadra è un po’ fragile, ma sono sicuro che come sempre succede in certe situazioni, basta un niente per far sì che le cose possano cambiare».

Mancava da questa categoria da quasi dieci anni: che serie C ha ritrovato?

«Una C diversa, con un agonismo superiore, ma soprattutto con maggior organizzazione da parte di tutte le squadre, anche quelle cosiddette piccole: dieci anni fa non era così, per cui è una serie C migliore».

Qui sta giocando in tutti i ruoli di centrocampo: in carriera come è andata?

«A Frosinone negli anni vincenti ho giocato a due, poi col tempo e con altri allenatori ho giocato a tre facendo anche la mezzala, quindi per me non c’è nessun problema in qualsiasi sistema».

Quanto è cambiato il metodo di lavoro fra Bonatti e Pavanel?

«Difficilmente in carriera ho trovato mai cose simili tra un allenatore e l’altro. Anche se il calcio è sempre uguale, diverso è il modo di spiegare certi concetti e diversa anche la capacità di riuscire a farli assorbire alla squadra. Per cui ci sono sicuramente differenze».

In sette giorni incontrerete Lecco, Piacenza e Feralpi: che settimana sarà?

«Ci giochiamo tanto, ma non possiamo permetterci di fare calcoli o giocarcela sulle tre partite. Importante ora è pensare una partita alla volta e quindi a quella col Lecco che stiamo preparando al meglio. Solo dopo penseremo al Piacenza».

Un pensiero per i tifosi alabardati?

«Capisco bene il loro dispiacere perché con una squadra tutta nuova si era creato un certo entusiasmo. Sarà compito nostro far rinascere questo entusiasmo e riportare la gente allo stadio».

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