In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni
25 novembre

Violenza sulle donne: 5 mila richieste d’aiuto al Goap di Trieste dal ’99 a oggi

Per chi bussa al centro nasce un piano di sicurezza che prevede l’eventuale accoglimento nelle case-rifugio il cui indirizzo è segreto. «Uscirne si può»

Francesco Codagnone
Aggiornato alle 2 minuti di lettura

TRIESTE «Uscirne si può». Un messaggio di speranza nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Una via d’uscita per tutte quelle donne che sono rimaste intrappolate nella spirale della violenza di genere, della vergogna e del non detto. In Italia i dati Istat dicono che il 31,5% delle donne ha subìto, nel corso della propria vita, una violenza fisica o sessuale. Di fatto una su tre. Ma non esiste solo quella fisica, c’è pure quella psicologica e verbale: svalutazione, controllo, intimidazione, stalking. Una violenza subdola e pervasiva, talvolta difficile da riconoscere, che lascia spesso la donna sola e isolata. La nostra città non fa eccezione. Sono quasi cinquemila le donne che dal ’99 a oggi, a Trieste, hanno bussato alla porta del centro antiviolenza Goap, associazione convenzionata con i comuni della provincia. Donne che hanno chiesto aiuto per uscire da situazioni di violenza, nel 79% dei casi messa in atto da partner o ex. Perlopiù all’interno di un contesto familiare, spesso alla presenza di minori.

Il Goap opera al fianco di queste donne da oltre 20 anni. Il cuore di quest’impegno si trova in via San Silvestro 5, praticamente di fronte all’Arco di Riccardo. Il palazzo è rosa tenue. La presidente del centro, Francesca Maur, e le operatrici Maria Ferrara e Imma Tromba sono lì per «renderle libere». Il Goap gestisce tre case-rifugio, a indirizzo segreto, che offrono ospitalità a donne che si trovano in grave pericolo. Dal 2002 a oggi qui sono state ospitate 371 donne e 364 minori.

Secondo la Uil Fvg, invece, lo scorso anno sono state 347 le persone che hanno chiesto aiuto ai centri del territorio. Di queste, 173 hanno subito violenza. A Trieste, i numeri di questa «epidemia» sono costanti. A peggiorare sono le storie di queste donne: le permanenze nei centri sono sempre più lunghe. La questione è semplice: senza autonomia economica, non ci può essere indipendenza. L’uomo che maltratta lo sa bene. E così le difficoltà economiche delle donne che riescono a uscire dalla violenza non consentono loro di emanciparsi completamente.

«Uscirne, però, si può». L’ingresso nel centro antiviolenza è diretto. Di norma una donna entra in contatto con il Goap perché indirizzata da qualcuno: amiche, colleghe, conoscenti. Donne, generalmente. Oppure a seguito di un intervento delle forze dell’ordine o di una segnalazione del Pronto soccorso. Quando una donna arriva al centro, le operatrici valutano il rischio di una recidiva della violenza, e i fattori di vulnerabilità. Da qui nasce un piano di sicurezza, che può portare all’uscita da casa o anche no.

La decisione sta sempre in capo alla donna: il Goap segue anche chi preferisce rimanere a casa, ma chiede la fine delle violenze. I percorsi, infatti, non si possono stereotipare: ogni donna ha la sua storia. Nel caso in cui scelga di allontanarsi, si fanno le valutazioni del caso: la denuncia non è il requisito necessario per ricevere aiuto. Se si decide di sporgere denuncia, anche in questo caso l’assistenza è garantita. Capita poi che la donna, magari insieme ai suoi figli, possa aver bisogno di ospitalità. In questi casi il Goap dispone di un albergo attivo “h24”. Da lì si valuta la necessità di altre soluzioni, come la casa-rifugio: il Goap, per l’appunto, ne gestisce tre, più quattro di transizione. E poi c’è il “dopo”. Riconoscere la violenza, decifrarne le modalità. Molto spesso, infatti, le vittime non si rendono conto dell’effettività della violenza. Temono di venire giudicate, di non essere credute, di perdere la potestà genitoriale.

Il lavoro delle operatrici è quello di spostare l’asse dal privato al sociale: non è la donna a essere sbagliata. Ad aver sbagliato è stato l’uomo maltrattante. Il lavoro di presa di coscienza è spesso frammentato, trascinato negli anni. Ma in questo percorso la vittima non è mai sola: al suo fianco ci sono infatti le operatrici, e le altre donne. Un tessuto di relazioni che può aiutarla a non sentirsi più insicura e colpevole. A cambiare prospettiva. A recuperare la propria voce e ritrovarsi. Perché non sia più donna-vittima, ma donna-sopravvissuta. E, soprattutto, donna libera

I commenti dei lettori