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«Papà, il tuo ricordo sarà l’opera più bella». E la moglie cita i versi di Montale

Diego D'Amelio .
Aggiornato alle 1 minuto di lettura

La famiglia di Omar Monestier durante le esequie

 

L’amore di una moglie e una figlia. Al funerale di Omar Monestier riecheggia il dolore di due donne e di due sentimenti diversi, eppure potentissimi allo stesso modo. «Papà era vita», dice la figlia Benedetta, che ricorre a immagini semplici e familiari, quando ricorda il padre come «profumo buono, un bacio al sapore di caffè la domenica mattina, un sorriso innamorato. Papà era disciplina. Papà era musica. Papà mi svegliava spalancando la porta della camera e lasciando entrare l’aria della sua opera preferita del momento. Papà mi ha portata all’opera tante volte. E per me erano piccole isole felici in cui potevo godere io sola di quell’uomo che mi conosceva con una profondità inaudita, che mi insegnava a cadere perché sapeva già - testarda come sono - quanto mi sarei fatta male».

L’ultimo ricordo risale a domenica: «Mi sentivo così felice. A un certo punto ho iniziato a cantare tra me e me il “Nessun dorma”. Ho scritto a papà: “Mi porti a vederlo di nuovo?”. E lui mi ha risposto, subito: “Va bene”. Caro papà, mi sono chiesta lungamente perché la mia storia d’amore con te sia finita sulle note del “Nessun dorma”. Non avrò mai una risposta. Ma so con tutta me stessa che il tuo ricordo è e sarà sempre l’opera più bella della mia vita».

La moglie Sara si affida al poeta Montale: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. / Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. / Il mio dura tuttora, né più mi occorrono / le coincidenze, le prenotazioni, / le trappole, gli scorni di chi crede / che la realtà sia quella che si vede. / Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio / non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. / Con te le ho scese perché sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue».

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