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“Ciao direttore”: l’ultimo saluto a Omar Monestier fra commozione, affetto e tanti ricordi

Aggiornato 3 minuti di lettura

Riposerà fra le montagne della sua Belluno il direttore del Piccolo e del Messaggero Veneto Omar Monestier, salutato giovedì nel Duomo di San Martino dall’abbraccio stretto della sua famiglia, degli amici, dei colleghi e di moltissime persone della comunità bellunese.

Omar parte per il suo ultimo viaggio, accompagnato dalle parole forti e belle dei suoi figli, dalla presenza delle istituzioni con cui ogni giorno si confrontava, e dal ricordo grato dei collaboratori più stretti con cui per anni ha fatto giornali e informazione tra Friuli Venezia Giulia, Veneto, Trentino Alto Adige e Toscana.

«Ricordate Omar senza idealizzarlo, da uomo complesso qual era», invita il figlio Tommaso. «Il tuo ricordo sarà l’opera più bella», dice la figlia Benedetta, richiamando l’amore profondo per la lirica che il padre le ha trasmesso. E poi gli insegnamenti dati ai colleghi, che fuori dalla cattedrale si spronano l’un l’altro a tenere saldo il testimone di Omar e non disperderne quello slancio verso il domani che aveva saputo trasmettere in tutte le redazioni in cui aveva lavorato, da Udine a Livorno passando per Belluno, Trento, Bolzano, Padova e ora anche Trieste, ultima delle sue avventure giornalistiche.

La funzione inizia alle 15 in punto, quando il feretro arriva dalla camera ardente aperta all’ospedale di San Martino. La cattedrale è affollata, i figli maggiori Benedetta e Tommaso si stringono a proteggere la madre Sara e i fratelli più piccoli Giovanni e Giulio.

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Ci sono molti colleghi da tante parti d’Italia e gli esponenti di istituzioni e mondo economico del Fvg: il governatore della Regione Massimiliano Fedriga, il vice Riccardo Riccardi, il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, il presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti, il presidente dell’Ordine dei giornalisti Cristiano Degano. In chiesa ci sono anche il presidente del Veneto Luca Zaia e il deputato di Fdi Walter Rizzetto, mentre in rappresentanza dell’editore portano il proprio saluto il direttore generale del gruppo Gedi Maurizio Scanavino e l’amministratore delegato di Gnn Fabiano Begal.

«Guardando a come ha ben vissuto – dice il sacerdote nell’omelia - Omar richiama le beatitudini dei miti e degli assetati di giustizia. Come non pensare così, rubando le parole che ho letto in questi giorni, di questo direttore gentile, questo intellettuale gentiluomo, questa persona delicata che se n’è andata con la discrezione e l’eleganza che lo hanno caratterizzato in vita. Come non ricordare la sua premura in famiglia e nelle relazioni, la sua ricerca schietta, onesta e anche pungente della verità e della giustizia, senza paura, con la schiena dritta davanti ai piccoli e ai potenti». L’officiante si sofferma sul tratto che anche i detrattori non possono non riconoscere a Monestier: «La determinazione e la grande professionalità, che non fa sconti, ma fa crescere e non indulge nella mediocrità».

Il momento più toccante è il ricordo vivido tracciato dai figli. «L’abito che indosso – esordisce Tommaso – non è della mia misura. Ne ho preso uno di mio papà. Mi sembra di sentirlo: “Sembri un sacco di patate”».

Non c’è persona in chiesa che, conoscendo Omar, non abbia sentito in quel momento il suono della sua voce ferma ma sempre gentile quand’era il momento del rimprovero affettuoso. «Ciò che mi spaventa di più – continua il figlio – è non sentire più i suoi commenti, i suoi consigli, i suoi rimproveri. Omar cammina sulle mie e sulle vostre gambe. Ricordate papà onestamente».

È struggente il momento in cui Tommaso racconta che «papà non aspettava altro che far scorrere lo champagne per la mia laurea», e strappa un sorriso l’auspicio di poter «ereditare un giorno anche la sua barba».

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Omar era rigorosissimo al lavoro, ma sempre col sorriso sulle labbra, «perché io mi ci diverto ancora a fare il giornalista». Ma era pure consapevole delle difficoltà del settore dell’informazione: «Seguitemi, ce la faremo. Io voglio morire in piedi, combattendo», diceva ai suoi, spronandoli a lanciarsi nella transizione verso il digitale. Lo richiama l’ad Begal, rammentando l’ultima riunione per parlare dei nuovi siti internet dei giornali locali del gruppo Gedi e «i chilometri che Omar faceva per venirmi a trovare e cercare insieme soluzioni. Aveva entusiasmo e in questi anni siamo cresciuti insieme: dovrò continuare da solo».

I colleghi ne ripercorrono gli aspetti più vividi e gli aneddoti sul tratto umano sono gli stessi per tutti: il condirettore del Messaggero Veneto Paolo Mosanghini ne sottolinea «il ruolo di capofamiglia svolto anche in redazione»; il direttore dei quotidiani veneti Fabrizio Brancoli il suo invito costante a guardare avanti e esortare i colleghi; il condirettore Paolo Cagnan immagina la scontata puntura che gli sarebbe arrivata dal sempre elegantissimo e ironico Omar: «Cosa fai senza cravatta al mio funerale?».

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E poi le istituzioni. «Omar era un amico e un professionista di grande correttezza – dice Fedriga prima di entrare in chiesa – con una grande capacità di saper gestire l’informazione, tenere vicino i lettori e dialogare col territorio, interpretandolo alla perfezione. Una perdita enorme, perché il suo valore professionale ha permesso ai quotidiani da lui diretti di affermarsi nel contesto del Friuli Venezia Giulia». Dipiazza racconta Monestier come «un grande amico e una persona straordinaria: un uomo speciale di grande positività, onestà e imparzialità». Per Agrusti, «Omar è stato onorato come si doveva. In questa chiesa c’era tutto: politica, istituzioni, categorie economiche e i suoi giornalisti, la sua tribù. È stato l’onore semplice che abbiamo reso a un uomo, anche grazie alle parole della sua straordinaria famiglia».

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