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Il “Covid lungo” resta un mistero: le tre ipotesi in campo

mauro giacca
3 minuti di lettura
Mauro Giacca ieri alla presentazione di Science&theCity 

TRIESTE Fiato corto, senso di fatica che non passa, qualche volta febbre e tosse, mal di testa e un senso di confusione (la cosiddetta brain fog, la nebbia nel cervello), dolori alle articolazioni, spesso anche depressione e problemi a dormire. E’ il Covid Lungo, una sindrome clinica tutta nuova ma così frequente che uno studio pubblicato lo scorso mese dal CDC degli Stati Uniti e basato sull’analisi di oltre 2 milioni di persone ha indicato come colpisca una persona su cinque tra quelle che hanno avuto il Covid. Può durare per settimane o mesi, virtualmente anche per anni. La vaccinazione diminuisce un po’ il rischio di andare incontro al Covid Lungo, ma non lo elimina come invece riesce a fare con la malattia originaria. Non abbiamo un test preciso per diagnosticarlo, e i sintomi sono del tutto variabili e soggettivi.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Negativi ma non guariti: si chiama Sindrome post acuta da Covid 19, più semplicemente long Covid. Una persona su due tra i contagiati deve fare i conti con una fastidiosissima coda. A Trieste sono quasi 1.800: abbiamo raccolto la storie di alcuni di loro (Testi di Elisa Coloni; Speciale web a cura di Elisa Lenarduzzi)]]

Il Covid Lungo è una sorta di crisi internazionale, e negli altri Paesi gli investimenti per studiarlo sono già miliardari. Aveva iniziato il Regno Unito a luglio dello scorso anno, finanziando 15 progetti per fare luce su questa condizione. Subito dopo, il National Institute of Health degli Stati Uniti ha stanziato 1,2 miliardi di dollari per ricerche in quest’area.

L’asse portante di questo finanziamento statunitense è uno studio clinico, chiamato Recover, che ha lo scopo di seguire 40mila individui. Nel database pubblico delle sperimentazioni cliniche (ClinicalTrials.gov) sono oltre 200 le sperimentazioni concluse o in corso. Tutto questo interesse testimonia la portata del problema, ma sottolinea anche quanto poco ancora comprendiamo di questa sindrome.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) In Veneto sono stati 46 i giovani ricoverati per questa patologia, che colpisce giovani e bambini dopo 4-6 settimane dall’aver contratto il Covid, anche in forma lieve, con sintomi come febbre, eruzioni cutanee, disturbi intestinali e infiammazione degli organi interni.]]

Sono almeno tre le ipotesi per spiegare il Covid Lungo. Quella forse meno probabile è che la malattia sia causata da microtrombi che bloccano circolazione nei diversi organi, causando piccolissimi danni diffusi. L’idea nasce dall’osservazione che, durante il Covid, la coagulazione del sangue viene alterata dall’infezione e questo predispone alla formazione di coaguli e poi trombi. I nostri stessi studi tra Trieste e Londra avevano trovato che la proteina Spike del coronavirus attiva le piastrine e quindi stimola la coagulazione del sangue, e che i pazienti che muoiono di Covid hanno segni diffusi di trombosi nei loro polmoni. Seguendo quest’idea, il Covid Lungo potrebbe essere dovuto a una predisposizione cronica alla coagulazione, con la formazione di trombi microscopici che bloccano la circolazione del cervello, delle articolazioni e dei muscoli. Ipotesi suggestiva questa, ma oggettivamente poco probabile: se ci fosse un danno così frequente protratto nel tempo, si sarebbe già diagnosticato con la risonanza magnetica, la Spect o altre tecniche sensibili.

L’ipotesi numero due, un po’ più possibile, è che tracce del virus rimangano a lungo nell’organismo, causando una risposta infiammatoria. Quest’ipotesi è basata sull’osservazione che, con tecniche che rilevano la presenza dell’RNA virale come la PCR (il test molecolare), la positività può persistere per periodi di diverse settimane o mesi dopo l’infezione (tanto a lungo che ormai per viaggiare in Paesi come Stati Uniti e Regno Unito l’esecuzione di un test molecolare viene sconsigliata per chi ha già avuto il Covid recentemente, perché questo potrebbe venire positivo anche se la persona è clinicamente guarita). Questo RNA virale potrebbe persistere nelle cellule che il virus originariamente infetta (quelle delle alte e basse vie respiratorie o dell’intestino), ma anche in altri tipi cellulari, incluse le cellule dei nervi. Il genoma virale, o i suoi frammenti, non sarebbero più in grado di dare origine a particelle virali infettive, ma comunque stimolerebbero una risposta infiammatoria o immunitaria che si protrae nel tempo. Questa teoria si basa su dati di persistenza solidi e accertati, ma il nesso causale tra la presenza di RNA virale e la sintomatologia è ancora tutto da provare.

La terza teoria, che per il momento sembra quella concettualmente più solida, è che in alcuni individui l’infezione originaria possa attivare il sistema immunitario in maniera aberrante, tanto che questo non ritorna a livelli basali quando l’infezione è eliminata. I linfociti continuano ad essere in uno stato di allerta, e producono sostanze, come gli interferoni o l’istamina, che sono utili a contrastare un’infezione ma anche causano alcuni dei sintomi tipici del Long Covid, come la febbre, il senso di spossatezza o i dolori muscolari. Decine di studi riportano la presenza di alterazioni del sistema immunitario a distanza di diversi mesi dal Covid iniziale, anche quando il virus è sparito. Questo stato di iperattivazione di fatto porta a uno stato di infiammazione cronica, che quindi diventa responsabile del Covid Lungo.

Ne sapremo di più a breve, perché sta partendo nel Regno Unito una sperimentazione su 4500 pazienti con Covid Lungo. Questi saranno divisi in diversi gruppi e trattati con un farmaco anticoagulante, un potente antiinfiammatorio o con una combinazione di farmaci anti-istaminici. La risposta a questi farmaci servirà sia a indicarci una possibile terapia sia a fare un po’ di luce sui misteri che ancora circondano questa malattia.

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