Il sociologo Magatti: «Trieste città più attrattiva? Per non essere buco nero sa di dover creare valore»

Il sociologo Mauro Magatti

Il sociologo Mauro Magatti sarà tra i relatori della rassegna: «In un mondo pieno di emergenze ci salva solo la solidarietà»

TRIESTE La differenza la fanno sostenibilità e digitalizzazione. Anche nel caso di Trieste, che emerge in una recente indagine del Sole 24 Ore quale provincia più attrattiva d’Italia.

Con buoni voti anche per il Friuli Venezia Giulia, secondo dietro all’Emilia Romagna. Un concetto peraltro impreciso quello dell’attrattività, spiega il sociologo Mauro Magatti, direttore del Centre for the Anthropology of Religion and Cultural Change dell’Università Cattolica di Milano, ospite della prima edizione del Festival del Cambiamento, giovedì 26 maggio a Gorizia nella sessione “Le città e le società del futuro”.

Magatti, dove fonda la sua attrattività Trieste?

«Non si tratta di attrarre, processo che aveva senso nella globalizzazione, alle nostre spalle, ma di creare un valore comune».

Come ci si arriva?

«Amministrazioni, forze economiche e sociali, nei diversi ambiti della ricerca, dell’educazione, delle infrastrutture, dell’ambiente, della lotta alla povertà, riescono in alcuni luoghi a stabilire insieme forme e modi che coniugano in maniera intelligente, sostenibile e digitale, la capacità di generare ricchezza e integrazione sociale».

Sta accadendo questo in città?

«Forse per la storia, per la conformazione, per essere una nicchia, Trieste ha nel suo codice l’idea di un polo che ha bisogno di strutturarsi per evitare di essere un buco nero. I dati del Sole 24 Ore riflettono evidentemente il buon comportamento e la collaborazione dei gruppi economici, sociali e amministrativi locali».

Come concretizzare queste potenzialità sul mercato del lavoro?

«Comprendendo che in una società avanzata come vuole essere Trieste il mercato del lavoro è qualcosa di più del semplice incontro tra domanda e offerta. Siamo in un ambito complesso in cui dobbiamo raccogliere e fare circolare le informazioni, governare i processi formativi, raccordare la scuola al lavoro, imparare a essere neghentropici, cioè a contrastare la tendenza al disordine».

FESTIVAL DEL CAMBIAMENTO: QUI IL LINK AL PROGRAMMA

Gorizia guarda invece al 2025, quando con Nova Gorica sarà capitale europea della cultura. In che modo la cultura si può integrare con la digitalizzazione?

«La cultura non è un orpello, un di più, un qualcosa che viene dopo. È, al contrario, elemento fondamentale per una generale coesione. Se viviamo oggi un conflitto in cui i confini sono un fattore entropico, l’evento 2025 può esaltare un confine, che non si può cancellare, perché è storia, ma che è stato reso poroso, comunicante, dialogante».

Nelle ultime settimane il nostro paese ha accolto senza polemiche i profughi ucraini. Questo passaggio potrà aiutarci a superare le differenze, le disuguaglianze?

«Le società avanzate sono esposte a grandi ondate emotive. Ci siamo sentiti tutti fratelli durante il lockdown e ora, con la guerra, si sono aperte disponibilità straordinarie rispetto al solito. Non è automatico che l’emozione del momento diventi ordinarietà. Ma vale anche il contrario. Sarebbe importante capire che, in un’epoca esposta a tante emergenze, nel mare tempestoso della seconda globalizzazione, la solidarietà può aiutarci a non affondare. Il “nessuno si salva da solo” non è retorica».

Nel suo libro Supersocietà, scritto assieme a Chiara Giaccardi, si legge che l’Italia non è nemmeno tra i primi venti nella classifica della felicità, che vede in testa la Finlandia. Che cosa ci ha resi meno felici?

«Noi mediterranei siamo sicuramente più sgangherati, paghiamo il costo del disordine. Ma senza disordine, non ci sarebbe creatività. La tesi del libro è che non è pienamente soddisfacente né il modello della macchina in cui tutto funziona, né quello italico dell’affezione per le relazioni in quanto tali».

Come riorganizzare la speranza dopo gli choc della pandemia e della guerra? «Il terzo e il quarto choc in vent’anni dopo l’11 settembre e la crisi finanziaria. Si tratta ora di pensare un modello di sviluppo migliore di quello precedente. Sostenibilità e digitalizzazione sono senz’altro le direttrici di fondo di una trasformazione che è in corso. Ci possono portare in un mondo desiderabile, fatto di consapevolezza, di maggiore organizzazione e coinvolgimento. Ma possono anche portarci in un mondo ancora più distopico e con più disuguaglianze».

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