Giallo di Trieste, Liliana cercava informazioni sul divorzio. L'indignazione del procuratore sulle nuove indiscrezioni

Liliana Resinovich in mezzo ai fiori in una foto scattata dal marito Sebastiano Visintin. PaoloManzi.com

Viene bucato nuovamente il silenzio e il riserbo imposto dalla Procura . Ancora una volta è stata la trasmissione  “Quarto Grado” a riferire alcuni dettagli sulla perizia disposta sui due telefoni cellulari di Liliana

TRIESTE Viene bucato nuovamente il silenzio e il riserbo imposto dalla Procura sul caso Resinovich. Ancora una volta è stata la trasmissione di Retequattro “Quarto Grado”, condotta da Gianluigi Nuzzi, a riferire una serie di indiscrezioni sulle indagini in corso. Al centro della puntata andata in onda ieri sera, venerdì 20 maggio, la perizia disposta dalla Procura sui due telefoni cellulari in dotazione alla 63 enne.

Stando a quanto discusso in tale trasmissione, negli ultimi mesi, sui motori di ricerca di uno di questi due cellulari, la donna avrebbe digitato in particolare due frasi: “Come divorziare senza avvocato” e “Quanto tempo serve per ottenere un divorzio”. Non solo. Su Google avrebbe digitato anche: “Appartamento a Trieste, di piccole dimensioni, tra i 40 e i 60 metri quadrati”.

Le chiamate su quel dispositivo tra lei e il marito, Sebastiano Visintin, sarebbero state 500, mentre quelle tra Liliana e l’amico Claudio Sterpin oltre 1.100.

Dura la reazione del procuratore capo di Trieste Antonio De Nicolo, che, interpellato telefonicamente in merito, non conferma e non smentisce queste indiscrezioni ma, letteralmente, si dichiara «indignato».

«Siccome si tratta di attività segreta – premette il procuratore – sono semplicemente indignato con chi continua a divulgare queste cose. Non con i giornalisti, sia chiaro, che continuano a fare il loro lavoro. Sono indignato con chi evidentemente, invece di tenere la bocca chiusa come il buon senso e il rispetto verso la Resinovich imporrebbe, continua a blaterare scemenze. Io non posso unirmi al coro dei blateranti: non confermo nulla, e quello che può trapelare da me - conclude De Nicolo - è solo il senso di indignazione nel vedere quanto poco interessa alle persone la segretezza delle indagini come tutela del diritto di arrivare ad una ragionevole verità, e quanto molto interessi invece cercare di farsi pubblicità in qualche modo».

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