L’editoriale del direttore del Piccolo: Pnrr, per Trieste e Friuli Venezia Giulia è il momento di passare dal sogno alla realtà

TRIESTE Un’idea non banale di città capoluogo, un principio di trasformazione digitale, una voglia di ammodernare l’intera regione perché quel desiderio di comparire nella storia dell’Alto Adriatico come la piattaforma logistica che conduce all’Europa sia qualcosa di più di uno slogan.

Questo sognano, ad occhi aperti, Trieste e il Friuli Venezia Giulia. Parrebbe troppo poco un sogno, vero? Invece no. Per una città rimasta impallata per mezzo secolo questa è davvero una stagione inedita e per viverla appieno è necessario avere qualche suggestione, chiamiamola pure sogno, per poi trovare il modo di calarla nella realtà del Pnrr. Trieste e il Friuli Venezia Giulia, il capoluogo con l’insieme di pregiudizi - ricambiati - con il resto della regione. La regione che inizia a relazionarsi con il capoluogo in un modo che vorrei definire «normale» dopo tante beghe passate. Molte delle quali - non tutte va detto, la gran parte sì - inutili.

Questi i luoghi e i tempi nei quali scorrono gli eventi di oggi per iniziativa della presidenza del Consiglio dei ministri. Lo Stato racconta ai territori quali sono i suoi propositi di innovazione di un Paese che è sempre stato grande nella capacità di adeguarsi e che, un po’ infiacchito dalle abitudini, sembra infine ritrovare un po’ di quella spinta creativa che ha guidato la ricostruzione e il boom economico.

Tutto questo è una necessità, non solo il mood del momento. L’Italia deve riguadagnare terreno in molti campi e non basteranno gli stimoli che arrivano dal centro per farcela. Il Pnrr si accinge a diventare, man mano che avanzano i processi di costruzione, la linfa che cola, si insinua, rivitalizza l’intero Paese. Serve però che i territori reagiscano con personalità e dominino progettualità, capacità di spesa, completamento degli impegni.

Perché Trieste, perché il Friuli Venezia Giulia? Perché è necessario che la regione di confine termini il suo innervamento delle reti ferroviarie e stradali collegate al porto, e che il porto stesso torni a modellare le banchine, i fondali, le aree dismesse. Il suo mare. Che stabilisca una più efficace digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche e della sanità. Che apra cantieri nelle scuole, abbattendo gli edifici inadeguati e che porti le Università e gli istituti di ricerca dentro una proficua relazione con le piccole e medie imprese. Ecco, questo verremo ad ascoltare oggi. Per una regione che non vuol vivere solo di sogni è abbastanza.

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