La diaspora leghista dopo il caso vaccini: Asquini abbandona il partito di Cisint

L’assessore uscente: «Resto uno strenuo sostenitore di Cisint come amministratrice, ma come politico se la cava male»

MONFALCONE. Deserto agli albori del mandato Cisint, il Gruppo misto è diventato in un lustro una compagine numericamente significativa e da lunedì 24 gennaio annovera un quarto fuoriuscito eccellente: Massimo Asquini.

Fedelissimo della sindaca, l’ex assessore no pass, espulso dalla squadra esecutiva per aver varcato la soglia del Consiglio, mercoledì 19 gennaio, indossando una Ffp2 con slogan “No obbligo vaccinale” ha lasciato il gruppo della Lega. O meglio della Lega di Fedriga, perché lui, politico di Turriaco e militante tra i più “anziani” del Carroccio, nella fisionomia di quel partito non si riconosce più. E non solo a causa delle nuove facce (alcune ex democristiane): dopotutto saltare sul carro del vincitore è sport tutto italico. Bensì «perché è diventato un partito che non parla più di immigrazione, di partite iva, di federalismo, anzi sposa tout court i provvedimenti sul Green pass che agevolano i colossi dell’e-commerce come Amazon», spiega il consigliere, rimasto finora in silenzio, ma «travolto da telefonate di solidarietà, perfino dal Veneto e soprattutto da chi non si riconosce negli attuali schemi».

Anela un ritorno alle origini, alla Lega Nord. Non quella del secessionismo, non esageriamo. Una «nuova Lega con idee vecchie». E dice di non essere l’unico: «Come me la pensa almeno una trentina di ex iscritti, che non rinnoveranno la tessera, a Monfalcone». «Allora – spiega – a questi che mi chiamano io dico “Non perdiamoci di vista, mettiamo a frutto le esperienze”». Asquini, infatti, sarà pure rimasto senza carica, ma di fare il pensionato non ci pensa affatto: ha ancora molto da dire e lo dirà sicuramente alle prossime elezioni comunali, forse con quei trenta delusi. Non farà mancare però l’appoggio al governo cittadino, dove comunque, almeno nel primo partito – la Lega – si è creata una situazione, diciamo così, curiosa: da un lato Cisint, Giuliana Garimberti e Paolo Bearzi sostenitori della linea Fedriga e dall’altra gli aficionado della vecchia guardia carrocciana Sergio Pacor, Danilo Tanzariello, Marianna Zotti, tutti con Asquini sul pass. Fifty fifty.

«Resto uno strenuo sostenitore di Cisint come amministratrice e non lo nego – sottolinea –, ma come politico se la cava male: chi mai avrebbe licenziato un assessore a tre mesi dal voto, quando avrebbe potuto vincere al primo turno? Io non l’avrei fatto».

Non è strategia. Il rischio è di perdere sostenitori. Asquini, fan numero 1 di Cisint che fortissimamente volle in campo nel 2016 (al punto da andare a chiedere a ogni iscritto chi avrebbe preferito per la corsa al municipio ed esibire il dato all’allora segretario Massimiliano Fedriga) è «umanamente amareggiato» per come è andata. Si è sentito messo davanti al fatto compiuto della revoca. «Cos’ho fatto, poi? I politici indossano sempre mascherine con slogan», incalza. Ma la distanza con Anna si era resa evidente, pure per il suo «sottrarsi alla richiesta di fare, che so, un video sulla contrarietà al pass per il lavoro: ci sono tante persone che soffrono e hanno paura dei vaccini e quei cittadini lì, tu, li devi comprendere e aiutare», dice. E ancora: «All’opposizione son più furbi, non si pronunciano, ma nei cortei era pieno di gente di sinistra che mi dava del “compagno”». «Se spendi soldi per l’hub vaccinale – continua – allora devi impiegare risorse pure per calmierare i tamponi. Alla farmacia comunale costano 10 euro, ma si sarebbe potuto arrivare a 5: c’è gente che si sta dissanguando». Asquini ne ha infine per l’ex amico Michele Luise, che l’ha attaccato: «È la seconda volta che diventa assessore senza essere eletto: lo era già con Pizzolitto. Non doveva diventare vicesindaco: bisognava scegliere un assessore votato. E io non ero d’accordo».

Ora che il vaso di Pandora si è aperto, chissà cos’altro salterà fuori.

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