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Dodici indagati, di fatto tutti stranieri, per lo più originari dell’Europa orientale, sono stati rinviati a giudizio in relazione al rinnovo di permessi di soggiorno per i quali, secondo l’ipotesi di accusa, sarebbero stati indotti in errore funzionari dell’Ufficio immigrazione, in particolare le Questure di Gorizia e di Trieste. Un rilascio di permessi, anche non andato a buon fine, sulla scorta del ritenuto “falso” presupposto in ordine all’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, come suppone la Procura.

I fatti vengono ricondotti al periodo dal 2015 fino ai primi mesi del 2017, tra Monfalcone, Trieste e Gorizia, in qualche caso anche Treviso. Nel corso dell’udienza preliminare, svoltasi in Camera di consiglio, il Gip Flavia Mangiante ha valutato tredici posizioni complessive disponendo alla fine il rinvio a giudizio per 12 indagati, mentre per un caso, a fronte dell’accoglimento del rito abbreviato richiesto dal difensore, ha stabilito il proscioglimento. Un’assoluzione con formula dubitativa, tenendo conto anche della sussistenza di un rapporto di lavoro ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno. Ciò quantomeno in base alle dichiarazioni di un funzionario dell’Ispettorato del lavoro che in udienza ha confermato di aver avuto contatti in tal senso con il lavoratore. L’avvio del processo per le altre dodici posizioni è stato fissato al 7 aprile del 2022.

In base all’impianto accusatorio ipotizzato dalla Procura, con il sostituto procuratore Laura Collini, gli stranieri, attraverso la corresponsione di somme di denaro, sarebbero stati assunti, nell’ambito di un rapporto di lavoro subordinato, da un’impresa situata a Monfalcone, per conseguire il rinnovo del permesso di soggiorno presso gli Uffici Immigrazione delle Questure, fornendo il relativo contratto e anche le buste paga. Il tutto a fronte di assunzioni “fittizie” e pratiche, il contratto e le buste paga “non veritiere”, sostiene la Procura. In alcune situazioni, inoltre, il rinnovo non sarebbe andato a buon fine per cause per così dire “esterne”, quali il semplice rifiuto da parte dell’Ufficio immigrazione.

Sempre nel contesto dell’impianto accusatorio, si fa riferimento anche a domicili “fittizi” in città, nel far figurare la presenza nel territorio italiano. In base alla ricostruzione della Procura, vengono ipotizzati, a vario titolo, i reati di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atti, ai sensi dell’articolo 479 del Codice penale, ma un errore indotto, “determinato dall’altrui inganno”, come recita l’articolo 48 CP, sempre richiamato dalla Procura. Un’articolazione, quindi, finalizzata all’acquisizione dei rinnovi dei permessi di soggiorno, a fronte della quale la pubblica accusa ha individuato tre posizioni, ricondotte al titolare dell’impresa situata a Monfalcone, al residente nell’alloggio, sempre in città, indicato, almeno per una parte, dagli stranieri quale domicilio, nonché a chi produceva la documentazione relativa ai contratti di assunzione e alle buste paga, per le quali viene ipotizzata l’associazione a delinquere, facendo riferimento quindi al “falso in atto pubblico” e al “favoreggiamento della permanenza illegale di stranieri nel territorio dello Stato. In termini generali, i difensori tuttavia hanno sottolineato su tutto un aspetto in relazione all’ipotesi di favoreggiamento della permanenza illegale nel territorio italiano, sostenendo invece che gli stranieri già vi si trovassero in forma legale, oppure addirittura non presenti. Il 7 aprile del prossimo anno è prevista l’udienza filtro, spetterà pertanto al confronto delle parti l’evolversi del procedimento.—



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