Violazione dei diritti, il presidente Sloveno Jansa lancia nell’Ue una ciambella di salvataggio per Ungheria e Polonia

Nel Consiglio Affari generali previsto per il prossimo 14 dicembre tolta dall’ordine del giorno l’audizione sull’accusa di violazioni dei diritti

TRIESTE Ungheria e Polonia sono in difficoltà. Fare populismo è facile, ma quando devi confrontarti con le istituzioni europee che ti hanno formalmente consegnato l’atto di accusa, in questo caso la violazione di uno dei diritti fondamentali dell’Ue ossia lo stato di diritto, la realtà è diversa. Se poi a questa accusa segue la pena di non poter ricevere più sussidi europei allora l’affare diventa molto, ma molto delicato. Perché quei soldini a Budapest e Varsavia servono maledettamente.

Ma che cosa ci stanno a fare gli amici se non a tirarti fuori nei momenti di difficoltà? E allora in aiuto ai governi sovranisti di Polonia e Ungheria ecco che arriva il sovranista Janez Janša, premier sloveno ma, soprattutto, presidente di turno dell’Unione europea. Finora si è ritenuto certo che la Presidenza slovena organizzerà un'audizione dell'Ungheria e della Polonia nel Consiglio dell'Ue nel quadro della procedura di cui all'articolo 7.

Ad esempio, il ministro degli Esteri Anže Logar ha affermato alla sessione plenaria di luglio del Parlamento europeo che un'audizione era all'ordine del giorno della presidenza slovena. Si è dunque dato per scontato che la procedura dell'articolo 7 sarà un tema della sessione di dicembre del Consiglio Affari generali che in gergo di Bruxelles viene chiamato Gac, in cui siedono i ministri o sottosegretari di Stato per gli Affari europei.

Durante la Presidenza slovena, è guidato dal segretario di Stato presso il ministero degli Esteri Gašper Dovžan. Negli ultimi giorni però sono affiorati alcuni dubbi sul fatto che l'udienza prevista si svolgerà del tutto. Il ministero ha annunciato lunedì sera che «si sono verificati alcuni nuovi eventi rilevanti» in Ungheria e Polonia, per cui avrebbe senso solo l'attuazione del punto 7 dell'articolo 7 sotto forma di revisione della situazione. Audizione addio. Per Budapest e Varsavia altri mesi di tempo per preparare l’arringa di difesa o far saltare fuori qualche coniglio dal cappello della politica.

Per cercare di contrastare il “trucchetto” sloveno si sono fatti avanti tredici eurodeputati che in una lettera esprimono la preoccupazione «che non ci siano audizioni ai sensi dell'articolo 7 nell'ordine del giorno provvisorio della sessione del Gac del 14 dicembre». Tra i tredici firmatari figurano il presidente della commissione per le libertà fondamentali, gli affari interni e la giustizia, il socialista spagnolo Juan Fernando López Aguila , la liberale olandese Sophie in 't Veld e gli eurodeputati che lavorano con l'Ungheria e la Polonia come relatori o relatori ombra, tra cui il lussemburghese Isabel W-Foglio dal Ppe di centrodestra. Nella lettera - pubblicata dal gruppo parlamentare socialista - i firmatari avvertono che dall'ultima udienza di giugno durante la presidenza portoghese, la situazione in entrambi i Paesi è peggiorata, come rilevato sia dal Parlamento europeo che dalla Commissione europea.

In Ungheria è passata la legge anti-Lgtb di censura ai temi relativi agli omosessuali e ai transessuali per i minori. I firmatari citano una scoperta di una missione di parlamentari europei in Ungheria due mesi fa secondo cui «la corruzione diffusa ha portato all'emergere di uno Stato parallelo che è quasi impossibile affrontare senza una magistratura indipendente». E in Polonia c’è stata la sentenza della Corte costituzionale che ha proclamato la “superiorità” della legislazione nazionale su quella comunitaria.

E fin’ora se la privazione del diritto di voto come sanzione, non ha trovato concordi i Ventisette, Ungheria e Polonia però stanno perdendo processi a nastro davanti ai Tribunali dell’Unione europea per casi relativi e connessi alle infrazioni contestate. Ma stavolta a difendere gli amici ci pensa il Perry Mason sloveno Janša.

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