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A Monfalcone un operaio vince la “guerra” delle tute per i portuali: lavarle è competenza dell’azienda

La causa di un dipendente alla Compagnia portuale di Monfalcone: riconosciuto il costo e gli straordinari per 10 anni

MONFALCONE È onere del datore di lavoro mantenere in efficienza i dispositivi di protezione individuali dei propri dipendenti, assicurandone l’igiene, la manutenzione e le sostituzioni. Tutto dunque è a carico dell’azienda. È questo il concetto di fondo sancito dalla Corte d’Appello di Trieste nei confronti della Compagnia Portuale Srl di Monfalcone, che è stata condannata a risarcire i costi di lavaggio e al pagamento dell’attività di pulizia domestica dell’indumento ad alta visibilità in dotazione al proprio operaio, riconosciuta quale lavoro straordinario, quantificato in un’ora alla settimana. Dpi utilizzati dal lavoratore dal 2006. Un calcolo economico pertanto su base decennale: tra straordinari e rimborso spese, si parla di una cifra attorno agli 8 mila euro, oltre al rimborso delle spese legali che la Corte ha liquidato in 4 mila euro, assieme a Iva e oneri di legge.

La sentenza, depositata lo scorso luglio, è andata oltre alla conferma di quanto già pronunciato dal giudice del Lavoro del Tribunale di Gorizia il 18 dicembre 2019, costituendo un vero e proprio precedente sul tema del trattamento dei Dpi professionali, di esclusiva pertinenza di un’impresa datoriale. Il caso in questione è quello di un dipendente della Compagnia portuale, a contratto a tempo indeterminato dal 2004, con mansioni di carico e scarico delle merci in arrivo e in partenza dal Porto. L’uomo era stato pertanto dotato degli specifici indumenti, caratterizzati da “bande” fosforescenti ai fini della visibilità e della sicurezza nell’ambito delle operazioni all’interno dell’area portuale. Vestiario per il quale però, dal 2006, l’operaio aveva provveduto al lavaggio a casa, una volta alla settimana, nella giornata di domenica. Finché ha deciso di “rivendicare” ciò che riteneva un preciso diritto, ossia l’onere da parte della propria società di farsi carico della cura delle “tute” da lavoro. La prima azione era stata affidata alla Cgil, attraverso la messa in mora della Compagnia Portuale, il 18 maggio 2016. Nel giugno del 2017 era seguito il ricorso davanti al giudice del Lavoro goriziano, a rappresentare l’operaio l’avvocato Manuela Tortora. Nel dicembre 2019 la sentenza, in accoglimento parziale delle richieste del lavoratore, con la condanna della società al pagamento di 405 euro a titolo di rimborso spese per il lavaggio dei capi, oltre alle spese di consulenza e di giudizio. La Compagnia Portuale, rappresentata dagli avvocati Daniele Compagnone, Giulio Mosetti e Paolo Penza, aveva quindi impugnato la sentenza davanti alla Corte d’Appello, sostenendo una «valutazione errata dei fatti» e la non correttezza dello stesso ricorso presentato dal lavoratore. Sul tappeto anche i termini di decorrenza della prescrizione, peraltro significativi ai fini della valutazione economica del “presunto” danno, indicati in 10 anni anziché in 5.

Il lavoratore, sempre sostenuto dall’avvocato Tortora, nel costituirsi a giudizio sulla scorta dell’«inconsistenza dei motivi di appello», ha a sua volta proposto appello incidentale, rispetto al parziale accoglimento delle istanze in primo grado. Il riferimento in particolare era legato ai termini di prescrizione, più ampi rispetto a quelli considerati, in virtù della messa in mora della società, nel 2016, prima dell’avvio della causa, ma anche al rimborso, non riconosciuto in primo grado, dei tempi dedicati al lavaggio dei Dpi in orario non lavorativo e a casa. Lo scorso luglio, dunque, la sentenza d’Appello. La Corte, presieduta da Mario Pellegrini, consiglieri Lucio Benvegnù e Giuliano Berardi, ha ritenuto infondato l’appello della Compagnia portuale, confermando la sentenza di primo grado e accogliendo anche le ulteriori richieste del lavoratore in via incidentale. I giudici hanno parlato di «carenza di prova» rispetto a quanto sostenuto dalla società. Su tutto la Corte chiarisce che gli indumenti ad alta visibilità in dotazione ai portuali «costituiscono dei dispositivi di protezione individuale», in base al decreto legislativo 626/1994 e al decreto legislativo 81/2008. E come tali, «è onere del datore di lavoro mantenerli in efficienza, assicurarne l’igiene, la manutenzione e le sostituzioni». Ciò considerando l’obbligo per i lavoratori di utilizzare i Dpi. Dispositivi individuali, si legge nella sentenza in relazione alle testimonianze rese nel procedimento, ad utilizzo costante per l’attività di movimentazione di merce di varia natura, come carbone, caolino, cellulosa, talco, cereali, legname, soggetti pertanto a costante imbrattamento, richiedendone il lavaggio almeno una volta alla settimana. In merito ai costi di lavaggio la Corte ha ritenuto «congrua» la valutazione economica in primo grado. Ha quindi tenuto conto della messa in mora da parte della Cgil, nel 2016, da cui far partire la decorrenza della prescrizione, dei 10 anni anteriori. Ha quantificato in un’ora a settimana il pagamento dell’attività di lavaggio domestico, quale lavoro straordinario. In sostanza, dunque, è stato respinto l’appello della Compagnia portuale e accolto l’appello incidentale del dipendente, riformando parzialmente la sentenza di primo grado.

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