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L’addio al Mandracchio, si chiude così l’era della Trieste delle “disco”

Rimossa l’insegna del locale. Dal Machiavelli all’Hip Hop: un pezzo di città che non c’è più

TRIESTE. C’era una volta la Trieste delle discoteche. Eliminata in questi giorni la scritta “Mandracchio” dagli esterni dell’ex discoteca nei paraggi di piazza Unità, se ne va così l’ultimo pezzo dello storico tempio del divertimento in pieno centro.

A settembre ne era stata annunciata la chiusura definitiva, dopo il mancato rinnovo del contratto di locazione con Generali. Ora l’ultimo capitolo della vicenda: una foto che testimoniava la rimozione dell’insegna ha fatto rapidamente il giro del web.

Ma è solo l’ultimo, in ordine di tempo, di un lungo elenco di stop a quelle piste da ballo dove, nel tempo, i triestini, e non solo, si erano scatenati a migliaia tra musica a palla, feste a tema e dj. Negli ultimi 20-25 anni, infatti, molti dei luoghi deputati al ballo in città hanno salutato i clienti o sono stati completamente rivoluzionati. Restano i ricordi di chi li frequentava, in particolare negli anni ’90, quando in tutta la regione le discoteche erano persino inflazionate, prima dell’inesorabile declino: un destino simile per tantissime analoghe strutture in tutta Italia. Tornando indietro nel tempo come non ricordare anzitutto l’ex Capannina di Costalunga, che dopo qualche cambio di nome è stata trasformata in piscina. Panini, birre e altri piatti sono diventati invece il business principale dell’ex Macaki in Viale e dell’ex Machiavelli (ed ex Big Ben) a Barcola.

Un’onorata carriera all’insegna del “dancing” l’hanno fatta pure il Princeps di Grignano, anche qui con vari cambi di nome, tra i quali Enjoy e On Air, e il Vertigo, a pochi passi da piazza della Borsa, poi divenuto Colonial, fermo ora da un paio d’anni. E le serate di musica e ballo si vivevano anche al Jammin, rinominato Jack in the box, all’interno del centro commerciale Il Giulia, o all’Ottaviano Augusto e all’Etnoblog sulle Rive, e ancora all’Hip Hop a Montebello, al Cafè Rossetti o, per i più alternativi, all’ombroso Salomè di via San Michele. D’estate si ballava poi al Castello di San Giusto, alla Diga e al Cantera, quest’ultimo chiuso proprio nell’estate 2021.

Più indietro c’è chi cita i fasti del Nephentes di Duino, ricordato pure come Amanda o Euforia. E poi altri locali più particolari, come il Red Devil di largo Riborgo. Ma molti triestini rammentano quindi le grandi discoteche della regione ormai chiuse da anni, come il Mirò a Lignano, dismesso e abbandonato, o l’Hippodrome a Monfalcone, per anni meta di vandali e balordi una volta spenta la musica, fino alla sua demolizione. «Credo che il Mandracchio sia la disco più rappresentativa a Trieste – spiega Max Tramontini, pr negli anni d’oro – e quella dove personalmente ho i più bei ricordi. È stata aperta a metà anni ’80 e ha passato tante generazioni. Ci sono mille aneddoti da raccontare, per un ambiente che è rimasto invariato nel tempo, solo con piccoli ritocchi. Ha passato mode, tendenze, sempre fedele a sé stesso». Nel popolo della notte attraversato dai ricordi ci sono anche molti professionisti della musica, come Robertino dj. «Ho iniziato tra Macaki, Mandracchio e Vertigo», racconta: «Erano luoghi di ritrovo, che adesso mancano. La discoteca era il punto d’arrivo della serata per tutti i giovani. Tra tutti il Macaki ce l’ho nel cuore. Era stato il primo disco bar, si ballava sui tavoli e dentro c’era un design particolare». «Ho cominciato alla Capannina e all’Hip hop music club e prima ancora in un locale che non era considerato discoteca, il Cibo Matto, ma che aveva grande successo e dove si ballava. E adesso è un parcheggio», così un altro dj, Miguel Selekta: «All’hip hop superavamo le mille persone ogni al sabato, così anche alla Capannina. E poi tante serate le ho fatte anche all’Enjoy, all’Ausonia, ma la lista è davvero lunga. Sono posti che mancano, in particolare il Mandracchio, anche perché funzionava bene. Facevamo quattro nottate fisse a settimana e a dicembre sette su sette. Era un bene da preservare. Purtroppo non è stato così»

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