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Kravos: «La mia infanzia sul confine: per la mietitura diventava luogo di incontro»

L’attrice goriziana de “La grande bellezza”: «Il confine ha intessuto la mia esistenza»

TRIESTE «Il confine fa parte della mia vita, l’ha caratterizzata fin dall’infanzia», dichiara l’attrice cinematografica e televisiva Anita Kravos, interprete (tra i molti titoli importanti) del film premio Oscar “La grande bellezza”, nata a Trieste, padre calabrese e madre della minoranza slovena del goriziano, dove è cresciuta.

«Abitavo a Savogna d’Isonzo – prosegue Kravos - e la situazione del confine l’ho vissuta da molto vicino fin da piccola. Ricordo nei campi dei dintorni i soldati di guardia col fucile. Anche se non lo vedevo tracciato, il confine lo percepivo perfettamente. Anche se invisibile, sapevo che esisteva concretamente nel territorio, che si trattava di un limite fisico di cui dovevo tenere conto».

Era un limite necessariamente negativo?

«Non del tutto, accadeva anche che diventasse un luogo d’incontro. La mia famiglia ha avuto i parenti divisi fra Italia e Slovenia, e anche il campo della nonna era diviso per metà di qua e per metà di là del confine. Ma nei giorni della mietitura del granoturco, evento importante anche per il governo comunista, i parenti potevano lavorare insieme alla mietitura. Erano giorni di festa per la famiglia. Il campo ultimamente, col coronavirus, per la sua vocazione a far incontrare la gente è stato riutilizzato dai miei cugini, memori di come si faceva negli anni della Guerra fredda. Il confine mi appartiene, è come un cordolo che mi circonda, di cui è intessuta tutta la mia esistenza».

Ci parli della sua formazione multiculturale.

«Sono molto legata a mio zio Marko Kravos, poeta, scrittore e traduttore che vive a Trieste, che ha creato un ponte fra la cultura italiana e quella slovena. Diciamo che ho allungato il mio confine come un elastico verso Est, fino a Mosca, per curiosità verso la cultura slava, e l’ho allungato poi verso Sud, fino a Roma, per la passione verso il cinema. Un momento importante della mia formazione è stata naturalmente la Laurea in Lingue all’Università di Venezia, ma è stata decisiva anche l’esperienza teatrale di quasi due anni a Mosca. Poi dal 2000 mi sono trasferita a Roma, dove volevo avvicinarmi al cinema».

Il suo primo film, “Saimir” di Francesco Munzi del 2004, è la storia di un giovane immigrato albanese in Italia e parla del confine. E’ stato un caso?

«La produzione stava cercando un personaggio femminile ‘del Nordest’, ma non sapevo dove si sarebbe girato. Mi sono presentata per il provino e vidi con sorpresa sul muro proprio una mappa del territorio di Gorizia. Dissi che ero originaria di quei luoghi. Non potevano non prendermi!».

Qual è il suo film preferito sul tema del confine?

«È il capolavoro ‘Il cielo sopra Berlino’ di Wim Wenders, perché per molti motivi associo Berlino alla mia Gorizia: la città divisa a metà dal confine, la presenza importante della biblioteca e della cultura come simbolo di dialogo contro la paura generica dell’Est, contro la paura di tutto ciò che è sconosciuto». —

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