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Cominciò da Sant’Ignazio a Gorizia l’ultimo viaggio del Milite Ignoto

Nella ricostruzione storica di Vittorio Spanghero si ricorda che le 11 bare contenente le salme di caduti senza nome giunsero nella chiesa di piazza Vittoria prima del trasferimento ad Aquileia

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la storia

Nel giorno in cui viene annunciato il ritorno in provincia di Gorizia del Presidente Mattarella, il 3 novembre, al Sacrario di Redipuglia e poi ad Aquileia per celebrare il Milite Ignoto, lo storico Vittorio Alberto Spanghero propone un’approfondita analisi sulla vicenda del novembre di cent’anni fa.

«Pur uscendo vittoriosa dal conflitto con 650-000 morti - ricorda Spanghero - l'Italia si riempì di vedove, orfani e mutilati che crearono odio e malcontento tra la popolazione e aperta avversione verso la classe militare. Alla madre che aveva perso l'unico figlio sulle pietraie del Carso o tra le nevi delle Alpi o sul fronte dell'Isonzo, lo Stato concedeva, dopo penose lungaggini, la somma giornaliera di lire una e 72 centesimi. Un gruppo di onorevoli di estrazione nazionalistica si fece promotore di una iniziativa che potesse rendere la massima onorificenza ad un “Soldato Sconosciuto” con l'intento principale di risvegliare nel popolo italiano “certi valori morali che non potevano essere dimenticati”. Si pensò di raccogliere dai vari fronti di guerra undici salme di soldati ignoti, dieci delle quali sarebbero state sepolte ad Aquileia ed una avrebbe raggiunto Roma per essere venerata all'Altare della Patria. La commissione scelse una salma per ognuna di queste zone del fronte dove la battaglia infuriò più violenta: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele e il tratto compreso tra Castagnevizza e il mare. Per il reperimento delle salme, l'allora ministro Gasparotto, tra l'altro, in una nota direttiva ministeriale aveva precisato: “In merito alle modalità delle nostra ricerca, si è ritenuto doveroso evitare sia pure il solo lontano sospetto, la pur minima ombra di dubbio, che a rappresentare i nostri eroici caduti fosse una salma che non ne avesse i requisiti”. E lì le cose si complicano. Infatti, la possibilità che la salma prescelta “non avesse i requisiti”, sicuramente è remota ma non impossibile. Detto questo, non si può escludere a priori che, tra le salme scelte nella ricerca, ci fosse anche quella di un fucilato per insubordinazione o per avere tenuto la pipa in bocca nel salutare un generale. Completata l'opera di recupero, le undici salme furono sigillate in casse rivestite con una doppia lamiera di zinco e racchiuse in bare di quercia. Le spoglie mortali degli undici Militi Ignoti, scesero da Trento fino a Udine dove 200 vedove circondarono le bare. Infine il 20 ottobre 1921 giunsero a Gorizia. I feretri furono collocati in San Ignazio, dove rimasero per otto giorni vegliati da un continuo pellegrinaggio di folla commossa. Verso Aquileia, da una testimonianza dell'epoca: “Il 27 ottobre dalla piazza Vittoria gremitissima si andò formando un imponente corteo per accompagnare le salme dei Militi Ignoti in partenza per Aquileia. Il corteo composto da una moltitudine di gente con fiori, associazioni, scolaresche e un mare di bandiere, si mosse alle ore 9.30. Le bare furono allineate e fu loro impartita la benedizione da un cappellano militare. Quindi furono caricate su 11 autocarri militari. Il convoglio lentamente si mosse attraversando Gradisca, Romans, Versa, Campolongo, Perteole, Cervignano, Terzo ed arrivò ad Aquileia verso le 12.30. La mattina del 28 ottobre la Basilica, strapiena di autorità e folla, improvvisamente piombò nel più tombale dei silenzi: era giunto il fatidico momento della scelta. In un primo momento non era stata Maria Bergamas la designata, ma un certa signora Pace, di Perugia, madre di un caduto, che timida e assorta in preghiera, all'ultimo momento non se la sentì di fare quel gesto così significativo”. Dopo un breve e sussurrato consulto, la sorte scelse Maria Bergamas, che sembrò essere la più aitante e sicura di sé a compiere un rito che divenne storico. Maria Bergamas, di Gradisca d'Isonzo, madre del volontario Antonio morto in guerra e disperso, sottotenente di fanteria, irredento, aveva disertato per arruolarsi nell'esercito italiano e cadde a monte Cimon il 18 giugno 1916. Così Maria Bergamas, tempo dopo, ricordò quel momento: “Ad Aquileia, non so, non posso dire quello che ho inteso di commozione. La scelta era caduta su di me. Dovevo indicare quale delle undici salme doveva andare a Roma. Prima, non so perché, mi era rimasta come viva l'idea che dovessi scegliere la nona salma. All'atto scelsi la seconda. Mi sembrava nella commozione che m'impediva quasi di rendermi conto di quanto mi si svolgeva attorno, mi sembrava di risalire la montagna alla ricerca di mio figlio. Barcollavo. Poi fu come se una forza interiore mi spingesse e feci quella scelta e quasi mi abbattei sul sarcofago. Non so, ebbi la sensazione profonda di aver ritrovato mio figlio”. Quella bara allora fu collocata in mezzo al semicerchio dove rimase in attesa dell'apoteosi del viaggio per Roma. Le altre dieci salme rimasero esposte in basilica fino al 4 novembre. Nello stesso giorno, dopo una cerimonia solenne, officiata da mons. Celso Costantini, le salme furono sepolte sul retro dell'abside della basilica di Aquileia, in seguito chiamato cimitero degli Eroi. Nel 1954 sono state deposte le spoglie di Maria Bergamas deceduta a Trieste nel 1952. —



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