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Mauro Covacich: «Né asburgici né italiani. Trieste è un’isola. Dietro l’illogico rifiuto del vaccino, un culto del corpo e della forza che viene da lontano»

MAURO COVACICH TRIESTINO, VIVE A ROMA DA 15 ANNI

ROMA «Vivo da 15 anni a Roma ma in questi giorni sono a Trieste perché sto facendo al teatro Stabile un monologo su Svevo che porterò lunedì al Salone del libro, a Torino. La mia casa è vicino al porto dove questa mattina ci sono stati i picchetti ma il clima non era certo quello di Roma», dice lo scrittore Mauro Covacich. Trieste è una delle città con meno vaccinati, la lista No Vax qui ha avuto il 5%. E ora il blocco del porto.

Da dove nasce il ribellismo di Trieste?

«Trieste ha sempre vissuto una sua condizione di non appartenenza, alla fine l’identità di Trieste, se si riesce a trovarla, sta proprio in questa isola che si è creata a partire dagli antichi tempi della lista civica per Trieste, fortemente autonomista e che parlava di porto franco. Una Trieste che non essendo più asburgica non era però del tutto italiana. Trieste ha spesso vissuto un’identità nella non appartenenza. Oggi ho visto i portuali scioperare con le bandiere italiane e questo mi ha colpito. Un patriottismo che è già una novità per la città. Io però non parlerei di ribellismo quanto di un certo culto del corpo».

In che senso?

«Abbiamo una forma di edonismo, c’è un grande atletismo, si tiene molto alla forza fisica non so se questo aspetto combinandosi con queste forme di sapere così confuso e sincretico che si trovano in rete abbia generato il rifiuto del vaccino e del Green Pass, con l’idea del corpo sano che non deve essere violato. Per esempio sui farmaci posso garantire che c’è una resistenza generale. Mia madre se ha mal di testa se lo fa passare non prende l’analgesico. Il triestino preferisce curarsi con l’aria pulita della bora che spazza via lo smog che sottoporsi a cure e terapie. C’è un’idea della vita un po’ spartana. Può essere una timida spiegazione».

Da dove arriva il culto del corpo?

«Forse dalla tradizione asburgica. Ma qui c’è anche una grande consapevolezza critica. I triestini grazie agli Asburgo avevano la scuola dell’obbligo fino alla quinta elementare già a inizio del 900. È una città dove si legge molto, c’è un forte senso critico che oggi considerando il periodo di confusione all’insegna del narcisismo, è parte integrante di questo discorso. Tutti quanti oggi diciamo e io e io e io, il mio diritto, il mio diritto, manca il senso di responsabilità e della comunità».

Cosa penso dello sciopero dei camalli?

«È uno sciopero per una causa alta, a prescindere dall’assurdità della ragione, una causa assurda dal mio punto di vista, questi hanno fatto un giorno di sciopero con l’abbaglio della difesa della loro libertà. Ma ripeto alla base credo ci sia il culto del corpo e della forza fisica. Trieste si è vaccinata meno. Guarda caso anche in Alto Adige sono indietro. I portuali prima erano tutti di sinistra adesso sono una cosa e il suo contrario. Ora hanno trovato una ragione forte in cui identificarsi. Una causa e sono felici. Una follia certo, ma ripeto non ho mai visto negli ultimi decenni uno sciopero fatto per un principio, non me lo ricordo. Sarebbe come se le persone scioperassero perché venisse fatto veramente il processo per Giulio Regeni». —

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