Terrorismo in Kosovo, sette arrestati

Torna lo spettro del radicalismo islamico. Il gruppo progettava attentati in tutto il Paese. Sequestrati esplosivi e armi

BELGRADO Il colpo di coda di un movimento ormai morente. Oppure un’Araba fenice che risorge dalle sue ceneri, in tutta la sua pericolosità. A prescindere dalle letture, sta preoccupando molto, a Pristina e oltre, la notizia dell’arresto di almeno sette persone, che avrebbero pianificato l’esecuzione di attentati terroristici contro obiettivi non meglio precisati in Kosovo.

Arresti, hanno specificato le autorità kosovare, che sono avvenuti in due momenti distinti negli ultimi giorni. Le prime a finire in manette sono state cinque persone, fermate tra Peja/Pec e Prizren, un’operazione che ha permesso di sequestrare anche «un notevole quantitativo di armi automatiche, esplosivi e contanti», ma anche droni e persino armi anticarro. Questa settimana, altre due sono state fermate perché sospettate di finanziare organizzazioni terroristiche. Pesantissime le imputazioni, che vanno da «attacco all’ordine costituzionale» dello Stato fino alla preparazione di «attentati terroristici» e all’importazione illegale di armi, ha specificato la polizia kosovara.

Ma chi sono, gli arrestati? I media locali hanno svelato che si tratterebbe di una cellula islamista radicale e che praticamente tutti i fermati avevano già avuto a che fare con la giustizia o le patrie galere. Fra essi – comparsi ieri in tribunale e dichiaratisi innocenti – c’è anche un nome noto, in Kosovo ma soprattutto in Germania. È Ardian Giuraj, già condannato nel 2018 per terrorismo ma poi rilasciato su ordine di un tribunale d’appello in Kosovo dopo solo cinque mesi. Giuraj, secondo gli inquirenti, si sarebbe radicalizzato in Germania tra il 2014 e il 2015, diventando un sostenitore e poi un membro dell’Isis, nelle cui fila avrebbe combattuto cinque anni fa, in una delle tante unità che comprendevano anche cittadini kosovari. Secondo le stime più accreditate, sono stati quasi 400 i kosovari partiti negli anni passati per arruolarsi nello Stato islamico, spesso con famiglie al seguito, un fenomeno comune anche a Bosnia e Macedonia, spentosi negli ultimi anni. Moltissimi, anche per pressioni Usa, sono rientrati in patria assieme ai familiari. E come suggerisce l’ultimo caso, il rischio che fra loro si nascondano cellule dormienti non è affatto escluso. Lo aveva denunciato già a fine 2020 il consigliere del ministero degli Interni kosovaro, Avni Islami, che aveva spiegato che «con la smobilitazione dell’Isis terroristi e loro sostenitori si sono dispersi» in Europa e dunque pure in Kosovo. E finanziatori e reclutatori rimarrebbero nell’ombra ma ancora attivi.

L’attenzione va mantenuta alta. Lo ha chiesto anche l’europarlamentare francese di destra Jean-Paul Garraud, che a settembre in un’interrogazione all'Eurocamera ha informato che i servizi francesi temerebbero attacchi in Europa organizzati da membri di Daesh provenienti dai Balcani, non solo dal Kosovo. E pure al summit a Brdo l’Ue ha chiesto maggior cooperazione. Anche contro «terrorismo e radicalizzazione».

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