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Zaki: l’udienza dura 5 minuti, poi torna subito in cella: «Sono detenuto da troppo tempo»

In Tribunale iusto il tempo di proclamare la sua innocenza

ROMA Marise è sfinita, «svuotata, scoraggiata». La sorella di Patrick Zaki, la giovane combattente che in questi 19 mesi ha serpeggiato tra la depressione dei genitori e i capricci di una legge che assomiglia troppo all’arbitrio, torna a casa con la consolazione per la scampata inappellabile sentenza ma anche con lo sconforto per un calvario proiettato all’infinito. Zaki, lo studente dell’Università di Bologna arrestato al suo ingresso in patria un mattino livido di diciannove mesi fa e da allora detenuto senza alcuna prova, è stato rinviato al 28 settembre dal tribunale speciale di fronte al quale è comparso per rispondere dell’accusa di «diffusione di notizie false».

Poteva andare peggio, Zaki poteva essere condannato a 5 anni senza replica, come accaduto a giugno al connazionale Ahmed Samir Santawy. Ma poteva andare pure meglio, ammettono quelli che erano presenti all’udienza lampo, 5 minuti, appena il tempo di replicare affermando la propria innocenza. Poteva succedere che i magistrati concedessero almeno gli arresti domiciliari, la via di mezzo auspicata dai buoni uffici dei diplomatici che cercano di smussare gli spigoli di un regime sempre più acuminato.

A nulla è valsa invece la presenza in aula di un legale della Ue e dei rappresentanti delle ambasciate di Italia, Germania, Canada: Patrick Zaki appartiene all’Egitto, hanno ripetuto in altisonante linguaggio giuridico le autorità del Cairo. E poco contano le pressioni internazionali e il richiamo a un diritto che l’Egitto declina in chiave esclusivamente nazionale. Il presidente Abdelfattah al Sisi, già cantore un paio di giorni fa del principio di non ingerenza negli affari egiziani, volerà nei prossimi giorni a New York per confrontarsi con le Nazioni Unite e con quell’amministrazione Biden che ha appena annunciato un taglio di 130 milioni di dollari sull’aiuto americano a un Egitto irriducibile al rispetto della rule of law.

L’Egitto sta a guardare. Lui, Patrick Zaki, da una visuale piuttosto limitata, ha replicato come mai fino ad oggi, un’arringa breve e disperata. «Non ho commesso questo crimine» ha detto ai giurati della sua città natale che gli imputavano l’insolenza di un articolo di due anni fa sulla persecuzione dei copti egiziani, la minoranza religiosa passata dalla padella dei tempi di Mubarak alla brace attuale. Non ho fatto niente, ha scandito Zaki dalla gabbia dentro cui lo avevano rinchiuso coi polsi ammanettati, la coercizione somma sublimata nel gesto di levare le mani non libere per salutare chi c’era, gli amici, i genitori, la sorella Marise, i diplomatici stranieri.

Cosa succederà adesso è una scommessa con la dea bendata. Per quanto Bologna scenda simbolicamente in piazza, dall’arcivescovo Matteo Zuppi alla comunità universitaria ancora ieri in sit-in di protesta, il rilascio di Patrick Zaki è materia geopolitica da maneggiare con cautela. L’articolo per cui è alla sbarra Patrick Zaki, gravato dall’accusa di terrorismo ma non da quella di sabotatore dell’ordine egiziano, racconta la persecuzione dei copti egiziani, la minoranza religiosa che nel 2013 si affidò alla controrivoluzione dell’esercito per scampare la rivoluzione islamista e si ritrova ora in balia del regime. Un pretesto, ammettono quelli che parlano con gli egiziani e raccontano del loro stupore davanti alle «offese» di Zaki, un provocatore, dicono, che non perde occasione per ribadire «insolentemente» la propria innocenza.

«Sarà un altro calvario, comincerà un rinvio di due settimane in due settimane, un tunnel senza uscita» ammette un esperto giuridico egiziano, uno che sposa l’ottimismo dell’avvocata di Zaki e sotto sotto di Amnesty International ma lo vede impervio quanto i chilometri senza fine che separano Mansoura dal Cairo, almeno tre ore di strada provinciale con le mucche a segnare il cambio di provincia. Zaki è vivo, è una red line invalicabile, insistono i politici, gli attivisti, quelli che hanno già perso Giulio Regeni. Marise Zaki è con loro, stanca però, indomita ma stanca.

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