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Quattro scienziate si raccontano a Trieste: «La pandemia ci ha spinto a fare ricerca insieme»

Le quattro scienziate protagoniste del dibattito 

Dalla biologia alla medicina, la ricerca nel periodo pandemico raccontata da quattro scienziate della comunità triestina

TRIESTE Perseguire i propri sogni, avere dei modelli di donne a cui guardare, volerlo fortemente, impegnarsi con costanza. Sono questi i consigli per le ragazze che vogliono intraprendere una carriera di studio in ambito scientifico e medico, offerti dalle quattro scienziate protagoniste del dibattito su “La lezione del Covid e la medicina di domani” organizzato dal gruppo Gedi il 14 settembre al Salone degli incanti: Caterina Petrillo, docente di Fisica sperimentale all’università di Perugia e presidente di Area Science Park, la neuroscienziata e direttrice del laboratorio iNSuLa della Sissa Raffaella Rumiati, la responsabile del laboratorio di Immunologia cellulare dell’Icgeb Federica Benvenuti e la docente di Biologia molecolare della facoltà di Medicina dell’Università di Trieste, Chiara Collesi.

Rispondendo alle domande del vicedirettore del content hub Salute di Gedi, Gabriele Beccaria, le quattro esponenti della comunità scientifica triestina hanno raccontato l’esperienza loro e delle loro équipe di ricerca in quest’ultimo anno e mezzo caratterizzato dalla pandemia. «Area Science park - ha spiegato Petrillo - al suo interno ha una fantastica contaminazione tra imprese, laboratori, infrastrutture di ricerca internazionali, e questa specificità ci ha consentito di mettere a sistema molte competenze utilissime per la risposta che la ricerca poteva dare durante l’emergenza».

Già prima dell’esplosione della pandemia, ha ricordato ancora Petrillo, nei laboratori del consorzio si lavorava al sequenziamento dei genomi di Dna e Rna, che poi si è rivelato decisivo per studiare la composizione del virus e le sue successive mutazioni. «Abbiamo realizzato», ha aggiunto Petrillo, «il 15% dei sequenziamenti effettuati in Italia, ma possiamo fare anche di più. Una volta messi a disposizione di tutta la comunità scientifica, questi dati possono portare a risultati che un singolo ricercatore da solo non è in grado di conseguire». Nel prossimo futuro, ha spiegato la presidente di Area Science park, «vogliamo di sicuro insistere sulla biologia molecolare e la genomica, visto anche il progetto europeo che prevede di raggiungere i 60 milioni di genomi sequenziati entro il 2023, per poi crescere ancora».

Nei primi giorni della pandemia, ha raccontato invece Benvenuti, «una delle prime mail del nostro direttore ci ha esortato a mettere giù le nostre idee, e così ciascuno si è messo a disposizione e ha riorientato le sue ricerche per la causa comune, dimostrando come gli anni di studio nel proprio ambito possano essere messi a fattore comune. L’Icgeb è stato il primo ad avere la sequenza del virus Covid, in un momento peraltro in cui in Italia si sequenziava poco». In seguito, l’istituto si è impegnato sul versante «della diagnostica rapida e a basso costo», forte anche dell’esperienza «di una delle nostre missioni, ovvero proprio la diagnosi rapida ed economica nei paesi in via di sviluppo. In queste ricerche» - ha ricordato l’immunologa - «sono fondamentali le ricerche sul sistema immunitario, il mio campo di studi, perché è proprio la sua risposta eccessiva una delle principali cause degli effetti peggiori del Covid, e quindi occorre capirne il motivo».

Molto impegnata durante la pandemia è stata anche la professoressa Collesi, che ha ricordato come «mentre tutti eravamo chiusi in casa col primo lockdown, io e i colleghi eravamo animati dalla voglia di uscire per andare in laboratorio e far progredire le ricerche». Con «un lavoro di gruppo incredibilmente coordinato e grande sforzo economico», ha detto Collesi, «abbiamo cercato un approccio farmacologico, in attesa e come alternativa ai vaccini. Tra tutti i farmaci approvati dalle autorità europee e statunitensi, volevamo vedere se qualcosa che fosse già in commercio potesse aiutare a bloccare gli effetti dell’infezione. Abbiamo trovato un prodotto, molto economico e molto diffuso, che si è rivelato in grado di interrompere nelle prime fasi il processo di invasione dei tessuti, e bloccare l’aggregazione disseminata delle piastrine che provoca le trombosi, una delle più devastanti cause di mortalità legate al Covid».

Un altro fronte molto importante, soprattutto durante i mesi più duri del lockdown, è stato «il disagio del personale sanitario», su cui, ha spiegato la professoressa Rumiati, «abbiamo condotto un’indagine che ha coinvolto 700 tra medici, infermieri e fisioterapisti in tutt’Italia. Con mio grande stupore, solo il 3-4% ha fatto ricorso all’offerta di sostegno psicologico, che pure è stata molto generosa. Probabilmente ha contato il fatto che pochi avessero un’esperienza pregressa di questi servizi, anche perché è noto che il ricorso all’aiuto psicologico è spesso segnato da uno stigma. Ma c’entra anche l’organizzazione, che era strutturata in tre stadi e quindi troppo laboriosa in un contesto giù problematico. Se in futuro dovesse rendersi necessaria di nuovo l’attivazione di un servizio di questo tipo, occorre tenere presente questo aspetto, puntando su gruppi di sostegno aperti e raggiungibili a determinate scadenze».

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