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Rumiati: «La scienza non è ancora un paese per donne»

Raffaella Rumiati. Docente di neuroscienze alla Sissa

TRIESTE E’ docente di neuroscienze cognitive alla Sissa e coordinatrice del relativo dottorato, ha cessato da poco il suo incarico come vicepresidente del Consiglio direttivo dell’Anvur e nel corso della sua carriera ha ricevuto importanti riconoscimenti per il suo lavoro di scienziata e di formatrice di studentesse e ricercatrici. Raffaella Rumiati - che martedì 14 settembre parteciperà alla tavola rotonda “Le scienziate. Il ruolo che la ricerca ha nella cura delle malattie esaltato come non accadeva da tempo dal contesto pandemico” - è una scienziata a tutto tondo, un’instancabile divulgatrice che alle attività di ricerca e di didattica somma esperienze in ambito gestionale e di valutazione. La raggiungiamo a Parigi, dove sta lavorando in una commissione internazionale che si occuperà di decidere come distribuire i finanziamenti alla ricerca di base derivanti dal corrispondente francese del nostro Pnrr. «Per la ricerca di base i francesi hanno stanziato fondi generosi e hanno coinvolto i colleghi stranieri», racconta.

Professoressa Rumiati, qual è lo stato di salute della ricerca di base in Italia?

Della ricerca di base non si capiscono mai immediatamente quali possano essere le ricadute e ciò fa sì che sia sempre sottofinanziata. E’ un problema, perché senza la ricerca di base non esiste neppure la ricerca applicata. E’ importantissimo trasferire le conoscenze e le competenze di base in ambiti che consentano lo sviluppo del paese, ma queste competenze devono esistere. In altre parole, costruire grattacieli va benissimo, ma ci vogliono i mattonifici.

Il Pnrr aiuterà la ricerca di base?

I fondi sono arrivati ed ora c’è una commissione del Mur per la ricerca che dovrà preparare i bandi su cui far richiesta di finanziamento: vedremo cosa succederà.

Da esperta divulgatrice ritiene che si sia fatta buona divulgazione in questo periodo pandemico?

Si è parlato tanto, ma non in modo abbastanza convincente da evitare che ci siano ancora sacche di No vax che sembrano non cogliere il problema. Forse questo avvicendarsi di esperti che hanno discusso come se fossero a convegni scientifici non ha giovato: la società ha bisogno di messaggi chiari. Ma il problema non è solo di comunicazione scientifica: se non si capisce che è il momento di fare qualcosa per la collettività, che, anche se non ci piace, il vaccino è un aiuto per gli altri, per i più fragili e per gli anziani, è un problema di mancanza di senso civico.

La scienza è un “paese per donne”?

Le donne in alcuni ambiti scientifici - fisica, ingegneria, matematica - sono sottorappresentate, mentre in medicina e biologia sono più numerose. Ma pure nei campi dove ci sono più donne, come la medicina, non si trovano nelle posizioni apicali. Anche nelle scuole superiori, non solo la Sissa che è prettamente scientifica ma anche la Normale, dove c’è la classe delle scienze umane, le donne docenti sono meno del 10%. Questo è un segno di arretratezza del sistema, un’autoreferenzialità forse non attiva ma che prosegue per inerzia. E in Italia l’atteggiamento è paternalistico: si parla di questo problema ma senza farvi fronte in modo decisivo.

Questa sottorappresentanza in alcuni ambiti è spiegabile con differenze biologiche tra i due sessi?

Non ci sono conoscenze scientifiche sufficienti per affermarlo. E’ probabile che ci siano predisposizioni differenti, forse anche di natura biologica, dovute a percorsi evolutivi di cui si sa ancora poco.

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