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Benvenuti: adesso il virus ma è il cancro il nemico

L’immunologa del Icgeb Federica Benvenuti

Studiare, capire, conoscere sempre. E contribuire con un mattoncino nella costruzione della conoscenza globale in un campo specifico, anche con la formazione di giovani scienziati. Sono questi gli aspetti più affascinanti del mestiere di scienziato secondo Federica Benvenuti, una delle protagoniste del convegno organizzato oggi dall’Hub Salute di Repubblica e Stampa al Salone degli Incanti.

La tavola rotonda in cui interverrà la professoressa Benvenuti, che dirige il laboratorio di immunologia cellulare all’Icgeb (un gruppo di cinque o sei giovani scienziati che studiano le cellule dendritiche, fondamentali nelle fasi iniziali della risposta immunitaria) sarà un panel tutto al femminile per raccontare la passione per la ricerca, la sua importanza, sotto gli occhi di tutti in un periodo difficile come questo nel quale si è dimostrata essenziale e le – presunte - difficoltà di praticarla essendo donne.

Professoressa Benvenuti, nella scienza esiste il cosiddetto soffitto di cristallo?

Certo, il problema esiste, ma esistono anche molti casi di donne nella scienza con carriere importanti che hanno dato considerevoli contributi al progresso. Non è un problema assoluto. In Francia, ad esempio, nell’ambito della scienza, sia per quanto riguarda le pubblicazioni sia le posizioni apicali, le donne sono parimenti presenti. Ma la scienza è un comparto particolare: c’è flessibilità di orari e ci si può organizzare. In Italia entrano in gioco altri aspetti, di matrice culturale e legati alla condivisione impari del carico di lavoro in famiglia. Detto questo, non ci sono barriere insormontabili, io ho visto che le ragazze che lo hanno voluto davvero sono arrivate all’obiettivo.

La pandemia ha suscitato maggiore attenzione verso la ricerca: c’è stato un incremento nei finanziamenti?

Sì, soprattutto verso chi studia la patologia la risposta immunitaria al virus. Maggiori finanziamenti dal Ministero della salute, dalle banche e dalle fondazioni come Telethon. Le industrie si sono invece indirizzate maggiormente verso kit diagnostici e verso il follow up dei pazienti vaccinati.

All’Icgeb, ci sono studi indirizzati specificamente al Covid?

Qui opera il primo gruppo di ricerca, diretto dal professor Marcello, che ha isolato il virus locale, sequenziandolo e coltivandolo in laboratorio per capire come si replicano le cellule. Altri due gruppi, con l’ospedale di Cattinara, hanno fatto studi sui polmoni dei pazienti deceduti per capire invece la patogenesi della malattia e come interferisce con i vasi sanguigni e l’irrorazione del polmone. C’è stato un importante studio condotto con un laboratorio di Londra diretto da Mauro Giacca per lo screening di nuovi farmaci antivirali. Un’ulteriore attività importante finanziata dal Bill Gates è lo sviluppo di test diagnostici rapidi, poco costosi, alla portata dei paesi meno sviluppati.

La sua specializzazione però non è rivolta a questo filone di studi.

Io sono un’immunologa e quindi ho solo marginalmente riorientato le mie linee di ricerca durante la pandemia specialmente fornendo modelli di cellule del sistema immunitario per capire l’interazione con il virus.

Su cosa si concentra la nuova linea di ricerca per combattere le cellule tumorali e qual è il ruolo del sistema immunitario?

Negli ultimi dieci anni c’è stata una rivoluzione nel modo in cui si studia e si cura il cancro. Si è capito che non è fatto solo di cellule cattive ma da un microsistema che lo circonda e che ha un ruolo decisivo nel determinarne la crescita o il rigetto, la guarigione. Il sistema immunitario, in questo senso, ha una parte fondamentale. Per questo le terapie mirano a riprogrammare il suo ruolo per insegnargli a sconfiggere le cellule malate.

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