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Addio a Covach, istituzione triestina dell’artigianato con le creazioni firmate “L’isolachenonc’è”

Si è spenta a 66 anni. A lungo aveva lavorato nel laboratorio di via Punta del forno, poi l’attività si era spostata dal centro

TRIESTE. I sandali in cuoio e le cinture più particolari, gli zaini e le borse indistruttibili, i guinzagli resistenti anche al più irruento molosso a Trieste portano una firma, quella di Annaflora Covach. E ora che lei, a 66 anni, se ne è andata, L’Isolachenonc’è sarà un marchio da conservare gelosamente, ricordando una delle figure che hanno incarnato più di altre l’artigianato nel senso profondo del suo significato.

Covach aveva iniziato a farsi conoscere in città quando, nel 1979, aveva aperto il suo primo negozio in via Punta del Forno. La grande insegna che campeggiava su quel vecchio palazzo ammalorato di Cittavecchia faceva sognare. E negli anni ’80 i braccialetti in pelle con inciso il proprio nome o quello della persona da omaggiare, si vendevano a chili, con una richiesta tale che nei registri della merce venduta, per non dover riportare il termine “braccialetto” centinaia di volte, per praticità si faceva semplicemente una stellina: tante stelline, tanti bracciali erano stati prodotti e venduti.

Annaflora Covach aveva mantenuto parte del laboratorio a casa e si era fatta affiancare da quatto collaboratori. Poi il piano Urban, la riqualificazione di quell’immobile a pochi passi da piazza Unità e il rilancio dell’area, con un inevitabile aumento anche degli affitti. Un insieme di circostanze – va tenuto conto che quando aprì L’Isolachenonc’è, per quel foro commerciale in via Punta del Forno era stato stabilito un affitto di 1 milione e 100 mila lire all’anno, meno di 100 mila lire al mese – che costrinsero l’artigiana a trasferire tutta la sua attività nel laboratorio ricavato nella sua abitazione di via Colleoni. È lì che per decenni Covach ha continuato a creare e ad incontrare i suoi clienti, portando la sua produzione artigianale tra la gente allestendo qualche bancarella nei mercatini organizzati in città.

Uno spirito libero, che non ha mai gestito il suo lavoro con la volontà di espandersi, che metteva il guadagno all’ultimo posto, facendo prevalere la soddisfazione di vedere una borsa da lei realizzata passare anche da madre a figlia, o un paio di sandali accompagnare il percorso di una persona per anni e anni.

Chi la conosceva racconta di una donna tutta d’un pezzo, che amava il suo lavoro, e che rifiutava il cambiamento in termini di prospettiva imprenditoriale e economica. Si indignava quando leggeva di borse griffate vendute a prezzi da capogiro, comprendendo bene, vista la sua esperienza, come per materiali usati e rifiniture il valore invece fosse bassissimo.

Per lei, insomma, abbandonato il centro di Trieste, il tempo si era un po’ fermato, e veniva scandito dal fiorire delle sue piante, dai profumi del suo giardino che amava curare e ammirare. Se c’era il sole e poteva godere di quei fiori e dell’aria aperta Annaflora sorrideva, e alle 7 del mattino era già all’ingresso del Pedocin. Se il maltempo la costringeva in casa, l’umore non era dei migliori.

Appassionata di musica, si cimentava anche nei balli tradizionali sloveni e greci. «Perdo un’amica di grande sensibilità – spiega commossa Oriana Ferfuia, una commerciante di Cavana – un’imprenditrice che con professionalità e umanità era riuscita a conquistare autonomia. Le sue capacità dovevano diventare uno dei primi tasselli per il rilancio dell’artigianato in Cittavecchia, invece non è stata supportata».

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