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Unione italiana, Radossi nominato presidente onorario: «Nell’Europa senza confini siamo tutti minoranze»

Giovanni Radossi

Il fondatore del Centro ricerche di Rovigno: «Condivido il riconoscimento con i tanti che hanno difeso la comunità dal disegno di sradicamento»

ROVIGNO Ha attraversato tutte le grandi fasi vissute dalla minoranza italiana in Slovenia e in Croazia nel corso del Novecento. È passato «da una dittatura all’altra», ricorda lui stesso sorridendo. Giovanni Radossi, classe 1936, lo storico fondatore e - per 50 anni - direttore del Centro di ricerche storiche di Rovigno, ha ricevuto l’ennesimo riconoscimento alla carriera e all’impegno profuso nella difesa della lingua e della cultura della minoranza: l’Assemblea dell’Unione italiana (Ui) lo ha eletto infatti l’altra sera presidente onorario.

Che cosa rappresenta per lei questo titolo?

«È un riconoscimento che mi fa molto piacere, ma che voglio condividere con le tante donne e i tanti uomini che hanno difeso la comunità italiana da quello che era un disegno preordinato di sradicamento. Non esagero, durante la Jugoslavia socialista le pressioni assimilatrici erano costanti e tante persone hanno avuto la forza e il coraggio di resistere. Quelle persone fanno parte della mia famiglia».

Insegnante per 47 anni, poi ricercatore, storico... Lei è una delle colonne portanti della comunità italiana in Croazia, in particolare a Rovigno. Se guarda a tutto ciò che ha realizzato, di cosa va più fiero?

«Sicuramente del Centro di ricerche storiche. Sono orgoglioso del fatto che una piccola comunità di 15–20mila persone sia riuscita a produrre un’istituzione che in un certo senso non ha pari al mondo e che dal 1968 produce un lavoro di qualità. Il Centro ha pubblicato più di 300 libri, possiede una biblioteca con 110 mila volumi e una collezione di oltre mille carte storiche che risalgono fino al Cinquecento. Ma, soprattutto, accoglie ricercatori provenienti anche dalla cosiddetta “maggioranza” in Slovenia e in Croazia e dal resto del mondo, a dimostrazione del buon lavoro che svolge da oltre cinquant’anni».

Dissoltasi la Jugoslavia nel 1991, com’è cambiato il rapporto tra maggioranza e minoranza e che ne è delle “pressioni assimilatrici” di cui parlava?

«Non ci sono più pressioni, anche se siamo tutelati da leggi che spesso non vengono pienamente applicate. Poi è rimasto il nazionalismo. Nell’area ex-jugoslava vivono popoli poco numerosi, che proprio perciò temono di scomparire. Da qui il patriottismo che spesso degenera in nazionalismo. In realtà, all’interno dell’Europa unita siamo tutti minoranze».

Lunedì partirà il censimento in Croazia, altro momento chiave per la minoranza. Cosa succederà?

«Io penso che bisognerebbe togliere la domanda sull’appartenenza etnica dal censimento. È appena ci si inizia a contare che il male fa capolino; e i censimenti, fatti così, possono riservare brutte sorprese. Pensi alla comunità italiana in Jugoslavia: eravamo 80 mila all’indomani della guerra, 11 mila nel 1981. La gente aveva paura di dichiararsi di nazionalità italiana. Poi nel 1991, finito il regime, siamo risaliti improvvisamente a quota 30mila...»

Cosa vede nel futuro della comunità italiana in Slovenia e in Croazia? Come evitare che invecchi e si riduca di numero?

«Prima della pandemia, quando le scolaresche italiane venivano in gita al Centro di ricerche storiche, concludevo sempre invitando i ragazzi a tornare in Istria, a sposarsi e restare qui. Era una battuta, ma con un fondo di verità. Allo stesso modo, vorrei che i membri della comunità italiana fossero coinvolti maggiormente negli investimenti a capitale italiano in Istria».

E il rapporto con i croati?

«Spesso guardo il telegiornale di Tv Capodistria e mi capita di sentire degli sloveni parlare in italiano. Questo è perché lavorano a Trieste o dintorni. Se Trieste diventasse ancor più un punto di riferimento per l’Istria croata, ciò aiuterebbe non poco la nostra comunità. Ad ogni modo sono fiducioso, la prospettiva dell’Europa è positiva per tutte le minoranze».

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