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Trieste 1973, quando gli jugoslavi imposero il “green pass” contro il colera e in città esplose la corsa al vaccino

Triestini in coda per il vaccino in un ritaglio dell'epoca

Intimorite da possibili ripercussioni del morbo di Napoli, le autorità di Belgrado richiesero l’immunizzazione come requisito per passare oltre confine. All’ombra di San Giusto si creò una piccola isteria. Il duo Carpinteri-Faraguna: “Xe qua che se se vacina per la benzina?”

TRIESTE Dalla propusnica al Green pass: le vie che conducono oltreconfine sono infinite, ma non prive di ostacoli. Negli anni hanno assunto forme e nomi diversi, ma sono entrati sempre e comunque nel mirino dei triestini, con un unico obiettivo: abbatterli.

D’altronde, che si tratti di benzina, sigarette, carne o bagno della domenica, quella frontiera va superata a ogni costo. Oggi, come negli anni Settanta, quando migliaia di triestini decisero di mettersi in fila in Cavana, in via Duca d’Aosta, rivendicando il diritto di essere vaccinati per poter andare in Jugo.


Era la fine dell’estate del 1973 e, anche a Trieste, era arrivata l’onda lunga della paura da colera, dopo i morti di Napoli. Notizie che avevano allarmato molti in città e che avevano pure indotto l’ormai ex Jugoslavia a rafforzare i controlli ai valichi con l’Italia, temendo che l’infezione potesse dilagare anche lì, viaggiando a bordo delle automobili dirette verso Scoffie e Lipizza per rifornirsi di carburante e fettine. Per un breve periodo venne imposto un altolà: o ci si vaccina o non si passa. E fu il caos. Lo stop all’esodo della benzina e del manzo low cost creò una sorta di isteria da immunizzazione che, per qualche settimana, andò avanti con lunghe code davanti al vecchio Ufficio igiene in via Duca d’Aosta. Fu una piccola rivolta del vaccino, che il duo Carpinteri-Faraguna non mancò di immortalare con l’ironico “xe qua che se se vacina per la benzina?”, sulle pagine di allora della Cittadella. I due raccontavano la realtà di una città di confine con l’Est e facevano bonariamente il verso a quanti si presentavano, appunto, all’Ufficio igiene per poter ottenere il loro via libera, il loro Green pass ante litteram.

Chi fu in prima linea in quei giorni non lo dimentica e ricorda i tempi in cui l’entusiasmo da immunizzazione contagiava ben più della malattia. Come Anna Maria Orel, allora giovane assistente sanitaria dipendente del Comune in una delle vecchie condotte mediche (antenate degli attuali distretti sanitari).

Anna Maria ha recuperato un ritaglio del Piccolo di allora, che la immortala, di spalle, intenta a vaccinare decine di persone in fila all’Ufficio igiene. «Ricordo ancora quei momenti - racconta -. Migliaia di persone in attesa per il vaccino, e la motivazione era sempre la stessa: andare oltreconfine, per benzina, carne, latte». L’ex assistente sanitaria, in pensione dal 1994, ai tempi lavorava prevalentemente nelle scuole, ma la chiamata in quell’estate del ’73 se la ricorda bene: «Ci trasferirono tutte all’Ufficio igiene e partirono le vaccinazioni a tappeto. Per noi fu un super lavoro. In una giornata immunizzavamo decine di persone, almeno una sessantina, la gente arrivata a fiumi».

«Erano tempi in cui le persone erano entusiaste e pretendevano di essere protette dalle malattie. Non come oggi. Forse perché non c’era internet...», commenta Marino Andolina, medico, che negli anni Settanta era un giovane alla scoperta della professione. Per lui il battesimo di fuoco non fu con la lotta al colera, bensì con quella al vaiolo, un anno prima. Era il 1972 e la Jugoslavia si trovò a debellare l’ultimo focolaio in Europa. «Venne portato in Kosovo da un giovane musulmano tornato da un pellegrinaggio alla Mecca - racconta Andolina - e fu fronteggiato dal regime con mano di ferro per evitare il disastro. A Trieste scoppiò la psicosi da vaiolo e per alcuni giorni si formarono lunghe code in via Duca d’Aosta: persone che pressavano e spingevano per avere il vaccino, e le file arrivano fino a piazza Hortis. Io ero laureato da un anno e, assieme ad altri colleghi, andammo come volontari all’Ufficio igiene per immunizzare la gente. Ad un certo punto, dopo ore e ore di punture, dovemmo smettere e uscire, ma c’era così tanta ressa che, per paura di venire assaliti, fingemmo di essere noi stessi dei pazienti massaggiandoci il braccio. Ricordo ancora quando dicevo tra la folla: “Sto dotor, che mal che me ga fato”». —


 

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