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Dopo 53 anni Megan riporta la vita nel paese senza bambini

Gessica e Andrea, i suoi genitori, hanno scelto di vivere a Rinch: in questa pace stiamo bene. Prima di Megan, l’ultima bambina era nata nel 1968. Nel secondo dopoguerra il borgo di Arta Terme contava circa cinquanta persone

TRIESTE. Nella piccola borgata, ai piedi del monte Sernio, il vento culla le bandierine rosa e quel movimento continua ad annunciare la nascita di Megan. La bambina dagli occhi allegri è venuta al mondo lo scorso 14 giugno, all’ospedale di Tolmezzo, e non sa ancora di essere una protagonista della storia di Rinch. È stata lei a interrompere la lunga catena di nascite mancate che durava da 53 anni.

Nell’antica borgata di Arta Terme, situata in un catino naturale a 850 metri di altitudine, l’ultima nata era Angela Tolazzi, la pro zia di Megan, registrata all’anagrafe nel 1968. Da allora la borgata della montagna carnica ha intrapreso un lento e inesorabile spopolamento interrotto ora dal pianto di Megan.


Oggi a Rinch abitano Gessica Della Schiava e Andrea Bertuzzi, i genitori di Megan, entrambi trentaduenni, e un irriducibile che si è appassionato a questi luoghi. Quattro anni fa, Gessica e Andrea hanno scelto di proseguire qui la loro vita insieme. Non sono due pionieri della montagna, loro queste terre le conoscono bene.

Hanno deciso con consapevolezza di tornare nel posto dove visse la nonna di Gessica perché – spiegano – «amiamo la natura, il silenzio e in questa pace stiamo bene».

La coppia ha ristrutturato la casa, salvaguardando la tipologia architettonica, si è attrezzata per pulire dalla neve il tratto di strada interpoderale che prosegue da Plan di Coces, l’altra borgata a una manciata di chilometri da Rinch, dove un tempo c'era anche la scuola elementare.

Un dettaglio questo a conferma della vitalità che animava queste montagne. Andrea lavora con un’impresa boschiva, Gessica è una dipendente dell’Automotive e ogni giorno, a tutte le ore, scende a Tolmezzo. «Non è un problema» assicurano Gessica e Andrea seduti nella loro cucina dove il sole illumina le travi del solaio rendendo più caldo il colore del legno.

Questa storia ben piantata nel passato indica la strada verso il possibile recupero delle terre alte. «Non è stata una scelta facile – riconosce la coppia –, ma di fronte alla possibilità di fare una casa in un posto così bello non abbiamo avuto dubbi». Gessica e Andrea condividono la filosofia del montanaro fatta di sacrificio, del saper fare e dell’arte dell’arrangiarsi. Questo spirito li ha spronati a riadattare gli spazi alle loro esigenze, a pensare che nulla è insostituibile: «Se ti manca qualcosa fai con quello che hai, l’importante è non farlo controvoglia». L’isolamento non li spaventa, «non siamo fuori dal mondo – affermano – in auto in venti minuti arriviamo a Tolmezzo».

Non li spaventa neppure quell’incombere delle montagne che, non solo nelle giornate autunnali, può rendere soffocante la permanenza. «Per vivere qui devi avere una forza interiore» riconosce Gessica lasciando andare lo sguardo là dove le nuvole corrono creando profili indimenticabili. In questo tempo e in questo luogo Gessica e Andrea coltivano l’orto, seminano le patate e raccolgono i fagioli.

A loro non serve scacciare la malinconia perché nel loro vissuto la malinconia non trova spazio. Gessica ricorda il tempo trascorso qui da bambina con la nonna, quando l'attaccamento alla casa e al bestiame era un valore.

A Rinch, favorita dalla sua posizione geografica, gli abitanti si sentivano al sicuro anche durante l'occupazione cosacca. In questa culla naturale, oggi, transitano i turisti: «Dopo il Covid arrivano in molti» fa notare Andrea auspicando che il turismo sostenibile abbia la meglio. I volontari del Cai hanno riaperto il sentiero che da Cadunea sale a Rinch, attraversando più volte il rio Derchia.

La via sconosciuta prima della pandemia, ora viene battuta anche dagli amanti del trekking. «Non siamo soli» ripetono Gessica e Andrea sapendo che la montagna rivive con gli stanziali, con chi sa leggere i messaggi che lancia la natura. Il loro tentativo è quello di ridare vita a Rinch, la borgata abitata nel secondo dopoguerra da circa cinquanta persone che, come scrive Igino Dorissa in “La valle dimenticata”, nei secoli avevano ricevuto le terre dai conti Camucio, gli stessi che nel 1647 aveva acquistato dalla Repubblica veneta, con i Manin, Pianese e Antonini, per 40 mila ducati, il titolo nobiliare per governare la Contea di Carnia. 

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