Il doppio ritorno del rocker Marongiu, fra identità bisiaca e tensioni globali

Gli Sporcaccioni presentano il nuovo album “Aspettando Romolo” la sera del 1 agosto al Carso in Corso di Monfalcone. Lo stesso giorno esce il disco solista in cui il cantante interpreta brani di donne Lgbt

MONFALCONE “Vogliamo essere inadatti. Vogliamo offrire dei contenuti inadatti che spingano la gente ad avere una reazione, un moto di sdegno”. Queste parole, pronunciate con voce vellutata dal musicista e produttore Don Antonio nell’intro dell’ultimo disco di Marongiu & i Sporcaccioni “Aspettando Romolo”, sintetizza con efficacia la poetica della rock band bisiaca.

La nuova fatica di una delle realtà musicali dialettali più affermate del Nordest italiano, in uscita per Boogie Records il 1 agosto, esprime nelle parole del fondatore Claudio Marongiu “una tensione fra due identità diverse”, una radicata e locale, l’altra nomade.

Quest’ultima trova espressione anche nel primo disco solista di Marongiu, “Claudio – Sings like a Woman”, in uscita lo stesso giorno per L’Amor Mio Non Muore: qui il cantante abbandona il bisiaco per cantare in inglese, interpretando esclusivamente brani noti per esser stati cantati da donne, omosessuali e transessuali. “E’ un disco femminista senza retorica femminista”, dice.

Marongiu, passare dal rock bisiaco al blues femminile d’oltreoceano non è un salto scontato.

“Claudio sings like a woman” è un disco femminista senza retorica femminista. I brani che ho scelto, o almeno le loro versioni più famose, sono tutte state cantate da donne, transessuali o omosessuali. Alla fine mi è sembrato un atto a suo modo rivoluzionario, che un uomo eterosessuale canti pezzi provenienti da un repertorio che si potrebbe considerare non di sua pertinenza. L’ho fatto preservando i pronomi impiegati nei pezzi originali.

Com’è stato lavorare a quei brani?

Sono pezzi che raramente vengono cantati da persone non afferenti alla comunità Lgbt. Reinterpretando quelle voci femminili ho potuto toccare altri paesaggi dell’anima. In tempi in cui si sprecano le parole ma mancano gli atti dimostrativi, ho compiuto quel che per me è l’atto massimo, il farmi corpo in quelle canzoni. Non a caso “My body was made” è il brano-bandiera del pezzo.

Che disco è dal punto di vista tecnico?

Un disco live, una situazione inedita. L’abbiamo suonato in una giornata, riversandoci una filosofia sonora che è analogica, sia in termini di performance che di registrazione. Il suono è vintage, ha la patina di un vecchio disco senza per questo inseguire mode retrò. Anche questo disco, come quello degli Sporcaccioni, è stato masterizzato a Nashville.

Da “Aspettando Romolo”, l’ultimo disco di Marongiu & I Sporcaccioni, che taglio ha?

Un disco che forse dividerà i fan, peraltro parola brutta e impersonale. Per questo abbiamo pensato di rivolgerci agli ascoltatori, alle persone. L’album riflette una fase di transizione fra gli Sporcaccioni e Marongiu, che la formula non contiene più: è una lotta fra queste due identità, anche se alla fine Marongiu xe i Sporcaccioni e i Sporcaccioni xe Marongiu.

In che modo questa tensione si riflette sul disco?

La prima metà del disco è molto frizzante, ispirata al power pop di Paul Collins e a Dave Edmunds con i Rockpile, sempre filtrata dall’intelligenza del nostro produttore. Il “lato b” è più introspettivo, c’è tempo per riflessioni sul cammino dell’umanità: potrebbe assomigliare alle grandi carrellate di persone che camminano di Amos Gitai. Noi siamo abituati a pensare le società come piramidali, verticali, dimenticando che il cammino dell’umanità è di per sé orizzontale. In questo senso la prima parte del disco è radicata nel luogo, nelle tradizioni, mentre la seconda è erratica, nomade.

Come nasce questa nuova fase di Marongiu?

L’incontro con Don Antonio è stato importante, ha portato l’utilizzo di altri strumenti: ad un certo punto in uno dei brani si sente un assolo di sega (di Piero Perelli). In un altro si sente il soffiare del vento, lo stormire dei rami e degli archi che rimandano alle atmosfere di David Lynch.

I vecchi fan saranno delusi?

Forse, ma i cambiamenti in fondo non sono mai evitabili. E a dire il vero non si può certo dire, mi pare, che siamo antitetici a quel che eravamo. Sono cambiate alcune cose, certo, perché siamo cambiati noi.

Vi sentite ancora rocker demenziali?

Una formula fraintesa. I continui paragoni con i Thc e gli Skiantos sono sfiancanti. Anche l’etichetta del genere demenziale, che rispetto, finisce per essere asfissiante. La gente ti viene a vedere con un pregiudizio pazzesco e spesso resta delusa perché non trova quel che aspetta. Ma il sound del nostro show è molto solido, penso che arriveremo a soddisfare tutti, o quasi.

Per citare un vostro classico, a Fusi di Rock ci andrete?

Penso siano quattordici o quindici anni che non ci invitano. Ho anche implorato una volta.

Marongiu & I Sporcaccioni presenteranno il nuovo disco il 1 agosto alle 18 al Carso in Corso di Monfalcone (prenotazione obbligatoria al 3341093620). La band è composta da Claudio Marongiu (voce), Andrea Farnè (basso), Giovanni Bertossi (chitarre), Michele Cuzziol (percussioni), Enrico Granzotto (tastiere).

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