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Botteri: «Di fake news si muore. Il futuro? Trieste abbia coraggio»

Giovanna Botteri

La corrispondente Rai da Pechino torna a casa propria da ospite: «Se sono arrivata io in Cina, questa città può arrivare ovunque» 

TRIESTE «La nostra responsabilità come giornalisti? Evitare che la gente muoia, prima ancora che di Covid, di fake news. Facendo il nostro mestiere con onestà intellettuale e rigore, senza dire alle persone cosa devono fare, ma raccontando loro quello che succede in Italia e nel mondo, con chiarezza e precisione, perché c’è un disperato bisogno di fatti e risposte vere». Giovanna Botteri, giornalista triestina e corrispondente Rai da Pechino, sarà tra gli ospiti di Link Festival. La pandemia è scoppiata poco dopo il suo arrivo in Oriente, e lei ha iniziato a raccontarla quando in Italia il virus sembrava ancora una questione tutta cinese.



Quanto è stato difficile?

«È stata ed è una sfida incredibile, probabilmente la più difficile di sempre per il sistema dell’informazione globale. Tutti si sono trovati per la prima volta a dover spiegare un fenomeno nuovo, di cui non si sapeva nulla, che ha ripercussioni drammatiche sulla vita delle persone. Dovevamo evitare di seminare il terrore, ma allo stesso tempo infondere la consapevolezza dei rischi».

Sono stati commessi errori dalla stampa?

«L’informazione ha ammesso in modo onesto di non sapere e si è rivolta alla scienza. Ciò ha rappresentato sia un aiuto che un problema».

In che senso?

«Anche la scienza si è trovata faccia a faccia con una realtà inedita, ma in alcuni casi non ha avuto la forza di ammetterlo, di dire “non so”. Qualche eccesso di sicurezza credo abbia creato gravi conseguenze sulla comunicazione».



Ora bisogna pensare a come ripartire...

«Sì, e molto deve cambiare, a partire dallo sfruttamento delle risorse. La natura si è rivoltata contro di noi: o la si affronta in modo nuovo o non ricostruiremo un bel niente. E si deve agire insieme, abbandonando l’idea che ognuno possa chiudere le porte e pensare a se stesso. Si guardi alla Cina: le frontiere sono state sigillate il 26 marzo 2020, qui non si entra e non si esce se non con particolari permessi, eppure il virus continua a entrare e a circolare lo stesso. Non possiamo isolarci, ma si deve ripensare la globalizzazione».

Quale è la ricetta giusta?

«Una terra come la nostra, con l’esperienza del terremoto in Friuli, ha tratto una lezione importante su come si riparte e si ricostruisce: bisogna scegliere la strada giusta affinché le tragedie non si ripetano più; spesso è il percorso più lento e faticoso, ma corretto».

Come vede oggi Trieste e come la descriverebbe a un cinese?

«Gliela descriverei attraverso il suo porto e racconterei il suo futuro luminoso, che però dipende dagli stessi triestini».

In che modo?

«Dobbiamo abbracciare con coraggio le sentinelle di mondi diversi, cogliere il confine come chance per capire noi stessi e il mondo in modo nuovo. Abbiamo la scienza, il multilinguismo, l’umiltà e la cocciutaggine di un mus, quindi possiamo andare lontano. Se sono arrivata io in Cina (ride), Trieste può arrivare ovunque».—

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