Il giornalismo piange Bruno Lubis, storica firma sportiva del Piccolo

Schietto e generoso, con la penna e la sua umanità ha unito diverse generazioni di colleghi e lettori



Una delle più carogne e subdole delle malattie si è portata via in pochissimo tempo una delle firme storiche delle pagine sportive del Piccolo, il giornalista Bruno Lubis. In agosto avrebbe compiuto 74 anni. È spirato ieri mattina nella sua casa di via Maiolica con il conforto di tutti i suoi cari. Sabato i funerali in un orario ancora da definire.


Mancava dal Piccolo dal novembre del 2010, se n’era andato in pensione in punta di piedi ma era sempre rimasto nei nostri pensieri e nei nostri cuori. Era come se non ci avesse mai lasciati. Gli volevamo un gran bene, chi lo aveva conosciuto e frequentato non poteva non volergliene per la sua immensa umanità e vivacità intellettuale. Non c’era giorno che qualcuno in redazione non chiedesse “come sta el nonno, cosa fa el nonno, come se la passa el nonno”. Lo chiamavamo affettuosamente così. Un modo per sfotterlo nel gioco quotidiano delle prese in giro e delle battute per allentare la nevrosi del lavoro, ma era anche vero che era ormai diventato il veterano, molto più giovane di alcuni colleghi, lui che aveva cominciato a scrivere al Piccolo nel 1977 ai tempi in cui c’era (ancora per poco) al timone Chino Alessi.

“Scolta cocolo”, era il modo abituale di Bruno per iniziare scherzose dispute dialettiche con i colleghi. Da quando aveva cominciato a fare il giornalista nella storica sede di via Silvio Pellico, aveva visto crescere due generazioni di cronisti. Uomo di grande spirito e di grandi slanci generosi, si era sempre trovato in sintonia con i più giovani. Un maestro di vita anche se a lui questa definizione sarebbe piaciuta poco. Nei suoi pezzi, in effetti, non c’era mai neanche un filo di retorica. Consigli professionali pochi, ma con i colleghi era prodigo di storie e aneddoti avventurandosi sui suoi terreni preferiti, quelli delle sue passioni come il calcio, le buone letture, la cucina con un occhio di riguardo per la sua amata Istria, fiero com’era delle sue origini grisignane, una sorta di richiamo della foresta. Bruno era sempre schietto e diretto, spesso tranciante nei giudizi, testardo come un mulo, quando maturava una convinzione su una questione era difficile fargli cambiare idea. Per questo ti potevi fidare. Aveva avuto in dono una prosa che gli sgorgava facile e limpida con la quale ha riempito pagine e pagine delle sue storie, quelle che chiamava le “mie articolesse” in omaggio a Gianni Brera che aveva sempre ammirato. Con lui muore anche un grande scrittore inconsapevole e incompiuto, visto che non ci ha lasciato neanche un libriccino. La tentazione l’aveva avuta molte volte ma era stato frenato dalla sua innata pigrizia (“sono pigrerrimo”, diceva di sé). Era fatto così. Eppure quando c’erano i mondiali o gli europei di calcio o le coppe infrasettimanali non aspettava mai i pezzi dell’agenzia Ansa, scriveva al volo, in diretta. Veloce, preciso, pungente. A volte siglava i pezzi con un “br.lino” o un “br.tuo” che stavano per Brunellino e per Brunetto Tuo facendo trasparire il suo animo beffardo. L’appuntamento quasi fisso con i colleghi dello sport una volta chiuso il giornale, dopo le partite in notturna, era in qualche osteria attorno a Campo Marzio per una merenda o “marenda” come diceva lui all’istriana. Un rito quasi sacro. Era il nostro terzo tempo dove davanti a un grande piatto di salumi e una pastasciutta e a qualche bottiglia di vino svanivano le scorie della giornata e Bruno diventava l’indiscusso mattatore. Era diventato un vero professionista delle merende, aveva così tanti amici che in un giorno riceveva tre o quattro “ingaggi” e a nessuno sapeva dire di no da quando era in pensione. Lo vedevi sfrecciare con il suo quad verde, come un californiano, per il centro, forse il primo a comprare questo strano veicolo non per moda ma per necessità. Si sentiva in precario equilibrio sulle due ruote.

Lubis era stato assunto nel 1978, era riuscito a far parte di quel piccolo mondo antico che aveva in Carpinteri e Faraguna le sue icone grazie alla “Cittadella” nella quale anche Bruno aveva dato il suo apporto con la rubrica “La Gazzetta dei diporti”. Si firmava con il pomposo pseudonimo di Wando. Laureato in Lettere e filosofia, raramente ostentava la sua vasta cultura, si concedeva solo il vezzo di qualche citazione latina in mezzo alla cronaca di una partita della Triestina suscitando gli sfottò degli amici di San Giacomo che lo rimbrottavano con un “scrivi come te parli e te magni”.

Dopo un periodo di ambientamento in cui aveva lavorato quasi in tutti i reparti, aveva trovato la sua strada allo sport. Odiava il giornalismo ruffiano e qualsiasi tipo di compromesso. Un giornalista che non si piegava mai, andava dritto al punto senza sforzarsi di ingentilire la prosa. Gli anni in cui seguiva la Triestina in serie B e in C da inviato gli avevano procurato anche qualche grana. Non risparmiava critiche e censure su prestazioni balorde e conduzioni societarie opache e quindi non tutti lo ringraziavano. Un lavoro che gli aveva portato tanti amici (in primis Marino Lombardo, da poco deceduto, quasi un fratello per lui) e qualche nemico che poco amava le sue critiche. Un vero “baloner” al quale era difficile tenere testa su questioni calcistiche, era preparato e ferratissimo, anche con buoni trascorsi giovanili da centrocampista dai piedi buoni. Il giornale gli aveva dato tanto ma anche tolto qualcosa negli anni duri della cassintegrazione con un altro editore. Tuttavia aveva ripreso la professione con entusiasmo, anche se non amava le nuove soluzioni grafiche “così piene di orpelli e di robe inutili, solo un buon articolo può fare la differenza. No fiction”, chiosava. Preferiva scrivere un’intera pagina piuttosto che dedicarsi a sommarietti e a grafici vari. Lo piangeranno non solo la figlia Lara e la nipote Beatrice, ma un battaglione di amici. Ciao Bruno, grazie per la tua compagnia e per quel tuo umorismo che ci ha addolcito la vita anche nei momenti più difficili.—





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