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Il sociologo Dal Lago: «Il calcio è un fatto sociale totale e dà una grande consolazione collettiva»

Alessandro Dal Lago, sociologo dei processi culturali

L’analisi del sociologo: questo sventolare di bandiere esprime una bizzarra comunanza nazionale che però non durerà

TRIESTE Ai minimalisti del “è solo una partita di calcio”, a quelli che di fronte ai caroselli per le strade di domenica sera ritirano fuori la solita pallosa retorica dei “ventidue ragazzi in mutande che corrono attorno a un pallone”, risponde il professor Alessandro Dal Lago, che ha insegnato Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova. Tra i suoi libri c’è anche “Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio”, in cui sostiene che assistere a una partita significa piombare in un groviglio di realtà sociali, economiche, simboliche, ludiche e politiche.

LO SPECIALE DEDICATO AGLI EUROPEI

Professore, a distanza di diversi anni da quel saggio, il calcio è ancora, come lo ha definito lei, un fatto sociale totale?

«Assolutamente. È ancora più totale di quanto non lo fosse un tempo. In questo momento sto vedendo in tv l’arrivo del pullman dei giocatori della Nazionale al Quirinale e penso all’importanza politica che è stata annessa alla finale, sia in Inghilterra sia in Europa, con la presidente della Comunità europea che ha detto che avrebbe tifato Italia».

Come mai ad altri riti non crediamo più mentre nel calcio, pur avendo aumentato il suo apparato finanziario e geopolitico, la passione della gente è rimasta uguale?

«È un fenomeno a molti strati. Il calcio è un fatto fondamentalmente infantile e su questo è stato costruito tutto il resto. Dopodiché è lo sport più totale che ci sia al mondo. Il pubblico di Wimbledon era compostissimo, ma quello del calcio no, perché è una espressione integrale della vita sociale».

Il dualismo amico – nemico che il calcio mette in scena si è caricato poi dei simboli della Brexit.

«Anch’io prima della partita ho mandato messaggi agli amici scrivendo come sarebbe bello fare uno sgarbo a casa loro. Ma anche gli inglesi hanno condito la Brexit con queste mitologie. Se uno nota i film inglesi usciti negli ultimi due anni, in corrispondenza della Brexit, trova film nazionalisti come “Dunquerque”, oppure “Prova suprema”, incentrato su Churchill».

Quanto questa vittoria può modificare la realtà? Quanto possiamo credere veramente di essere vincenti?

«Il Paese è uscito da uno dei periodi più orribili della sua storia, dal dolore e dalla stanchezza di un anno fa. C’è ancora la crisi politica e quella economica. Ma tutto questo sventolare le bandiere esprime una sorta di bizzarra comunanza nazionale che durerà quello che durerà, poi saremo più divisi di prima. Eppure la partita l’hanno vista tutti, l’ha vista Fedez e l’hanno vista quelli di destra; è strano che in un Paese come l’Italia il calcio ha questa funzione di collante, dà una grande consolazione collettiva. Saremo più divisi di prima, ma questi momenti restano nella memoria nazionale».

Può forse insegnarci che le capacità di rigenerarci fanno parte del nostro Dna?

«Questo è un Paese con moltissime risorse, per esempio abbiamo una università sgangherata e ciononostante tanti connazionali fanno ricerca all’estero. Ma siamo consapevoli di essere imperfetti. L’Inghilterra vive in una dimensione diversa: sono degli illusi, vivono in una leggenda, da cui deriva la frustrazione, la rabbia, l’odio e alla fine, lo abbiamo visto, sono incapaci di vincere».

L’Italia è sempre il paese dei mille campanili, eppure i giocatori che rappresentano l’Italia suscitano affetto oltre le divisioni del tifo. Come si spiega?

«La nazionale crea queste alchimie perché l’Italia è uno strano Paese in cui patriottismo e nazionalismo sono molto deboli. L’inglese va in guerra convinto di avere dio dalla sua parte, gli italiani no, non amano la guerra essendo debole il nazionalismo di base. Il calcio funziona da sfogo paranazionalistico, ecco perché in certi momenti ci si dimentica che esistono le profonde antipatie da squadre di club».

Nel libro “Per gioco”, scritto assieme a Pier Aldo Rovatti, voi dite che il gioco non è riducibile solo alla competizione anzi, non c’è gioco senza il piacere di giocare. È quello che ha fatto Mancini quando ha detto “divertitevi”?

«Mancini è un uomo intelligente con un tratto di genialità. È stato straordinario, ha cavato il sangue dalle rape. Di alto livello l’Italia ha il portiere, i due centrali, Jorginho e Chiesa, gli altri sono medi e l’idea del divertimento li ha deresponsabilizzati».

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