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Max Pezzali a Palmanova: «Canto gli Anni Novanta, l’era della disconnessione»

«Raffaella Carrà? Un privilegio imparare dal suo carisma»

TRIESTE. «Con l'Italia in finale agli Europei non puoi obbligare gli spettatori a scegliere, suoniamo più tardi, con la speranza che ci sia modo di festeggiare in allegria. Siamo grati alla Nazionale, anche per aver contribuito a un grande ottimismo generale, effetto che fa anche la musica, che scatena endorfine e genera pensieri positivi»: Max Pezzali domenica 11 luglio salirà sul palco di Piazza Grande a Palmanova per la rassegna "Estate di stelle" dopo la partita, che verrà proiettata sul megaschermo.

Lunedì 12 luglio, invece, il "Max90 Live" comincerà alle 21.30. Due appuntamenti che lo riportano in regione, dopo la data zero a Lignano il 2 luglio: «Un'accoglienza pazzesca - racconta il cantante - all'Arena Alpe Adria, che negli anni del Festivalbar ha significato tantissimo per me, si finivano le serate al Kursaal con gli artisti, in un'atmosfera d'altri tempi. Tornare con lo spettacolo sugli anni '90 in un luogo chiave dei miei '90 mi ha fatto una certa impressione».

"Max90 Live" celebra il periodo d'oro con gli 883. Come mai?

«I concerti a San Siro sono rimandati al prossimo anno. Volevamo proporre qualcosa che sia divertente anche in un contesto più piccolo, perché andiamo in luoghi contingentati, nel rispetto di tutte le normative. E quindi l'idea di fare un concerto con le canzoni solo degli anni '90, un evento speciale che magari non si ripeterà più».

"Max90" è anche il suo nuovo libro (Sperling & Kupfer).

«Figlio del lockdown, ho deciso di raccontare i '90 attraverso le mie canzoni, per rivedere retrospettivamente quel periodo con la necessaria distanza critica. Sull'onda del successo del libro è nato il live».

Citando il sottotitolo, cosa c'era di "fighissimo" nei '90?

«C'era ancora un ingenuo ottimismo. Senza la rete avevamo a disposizione dei mondi più piccoli e ne sognavamo uno più grande, e questo ci dava voglia di crescere e di evadere. Sapere e avere tutto ci rende meno appassionati, più abulici, quando hai 5 pasticcini te li gusti, se ne hai una scatola da 48 no. C'era anche la bellezza della disconnessione, dell'essere irraggiungibili, oggi la tecnologia ci fa essere disponibili h24, poi magari per dirci niente».

È una popstar di successo, eppure si definisce "uno sfigato". Possibile?

«Non dipende da dati oggettivi. È come percepisci tu il rapporto con l'esterno. Secondo me è un vantaggio non essere troppo convinto delle tue qualità, ti aiuta a pensare in maniera più trasversale: avere delle insicurezze, quando non diventa una cosa patologica, è un valore aggiunto».

Un ricordo di Raffaella Carrà, con lei giudice a The Voice?

«Era un mio idolo, quando ero piccolo per me lei è stata la rivoluzione, quindi mi incuteva timore reverenziale, difficile relazionarti con un tuo mito. Ma aveva un'autoironia pazzesca, anche sul suo ruolo di semi divinità. È stato un privilegio poter imparare dal suo enorme carisma. Sapeva dire la cosa giusta al momento giusto, per lei il mondo a telecamere accese o spente era la stessa cosa, non c'era divisione tra i due personaggi».

Il suo mito americano è stato Bruce Springsteen. E italiano?

«Vasco Rossi. Era l’eroe di chi nell’adolescenza sentiva il mondo degli adulti come un’oppressione, Vasco rappresentava una ribellione a volte silente, sotto la linea dei radar, ma comunque in quel momento lui diceva tutto quello che avresti voluto dire tu. E poi alla fine degli anni ’80 anche Ligabue, il suo modo di raccontare la provincia è stato fondamentale per me».

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