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Conversazioni intercettate a don Salvadè: assolti

I responsabili di una ditta di Treviso erano finiti a processo con l’accusa di aver “captato” una discussione privata del sacerdote

TRIESTE Si è chiuso con una doppia assoluzione il processo a carico dei responsabili della Progenia srl, la ditta di Treviso che tra il 2013 e il 2014 era in trattativa con la Curia di Trieste per installare in Seminario una centrale termica a energia rinnovabile. Un impianto pensato per ridurre i consumi, del valore di quattro milioni e 630 mila euro più Iva. Monsignor Pier Emilio Salvadè, economo diocesano, aveva querelato i vertici di Progenia, l’amministratore Mauro Schenato e Franco Zanatta, socio dell’impresa. Il motivo? Il sacerdote riteneva che una sua conversazione privata, avvenuta durante una riunione, fosse stata carpita di nascosto dai due rappresentanti della ditta.

È il 20 novembre 2014: don Salvadè e il commercialista Giovanni Miccoli sono chiusi in una stanza della Curia assieme a Schenato e Zanatta. Il sacerdote in quel momento ha già firmato il preliminare necessario a richiedere autorizzazioni e finanziamenti. Ma in seguito a un’attenta valutazione di sostenibilità economica, l’opera non convince la Curia. D’altronde la srl non aveva ancora presentato un progetto vero e proprio.

L’economo diocesano è in dubbio e a un certo punto domanda di rimanere solo con il commercialista per discutere privatamente. I due manager della Progenia escono. Nella sala resta però il computer della ditta con il microfono acceso che registra il colloquio.

Il file verrà usato successivamente dalla stessa Progenia nella causa civile intentata contro la Curia dopo che l’opera era effettivamente saltata, in modo da dimostrare una presunta strategia ordita dal prete per svincolarsi dall’investimento. La srl, che aveva ritenuto il comportamento di Salvadè come contrario alla buona fede contrattuale, aveva chiesto un risarcimento di quasi tre milioni di euro. Il processo si era chiuso in primo grado con la “soccombenza” di Prorgenia. L’impresa aveva perso la prima puntata della causa.

Ma la registrazione, contenuta negli atti del processo civile, non era passata inosservata. Salvadè, assistito dagli avvocati Giovanni Di Lullo, Andrea Polacco e Alberto Polacco, aveva sporto querela. La Procura aveva aperto un fascicolo per “concorso in interferenze illecite nella vita privata”.

Il processo, concluso in questi giorni (giudice Deborah Della Dora), ha dato ragione a Schenato e Zanatta, difesi dall’avvocato Stefano Tigani e Piero Coluccio, assolti in dibattimento. «L’assoluzione è stata chiesta dallo stesso pm – fa notare l’avvocato Alberto Polacco – perché ritiene che la sala riunioni della Curia non sia un luogo di privata dimora, di conseguenza non va applicata la norma delle “interferenze illecite nella vita privata”. Ma l’assoluzione – precisa – è avvenuta con la formula dubitativa, probabilmente perché la prova di colpevolezza degli imputati non si è compiutamente formata. Ma aspettiamo le motivazioni della sentenza».

«Siamo soddisfatti – evidenzia l’avvocato Tigani – il Tribunale ha certificato ciò che i miei assistiti hanno sempre sostenuto, cioè che l’imputazione fosse infondata»

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