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Sono 124 le aziende in crisi in Friuli Venezia Giulia: la metà in sofferenza a causa del coronavirus

Metalmeccanica, agroalimentare e legno i settori con maggiori problematiche Monticco (Cisl): la ripresa senza le protezioni sociali non ha gambe

UDINE Sono 124 i tavoli di crisi che riguardano aziende del Friuli Venezia Giulia. Metà di questi, ben 63, sono stati aperti causa Covid. I lavoratori coinvolti sono oltre 11 mila. È la fotografia più recente dell’economia regionale vista dall’osservatorio della Cisl. Commentando i dati, il segretario del sindacato Alberto Monticco, ammonisce: la ripartenza, senza protezioni sociali adeguate e senza politiche attive chiare ed efficaci, non ha gambe.

  • La situazione

Se su alcuni fronti si registra un segnale di ripresa, è la situazione complessiva a destare preoccupazione. Stando ad una recente rilevazione della Cisl del Friuli Venezia Giulia, sarebbe significativamente in crescita il numero dei lavoratori “in crisi”, vale a dire occupati in aziende con difficoltà e sottoposti a misure di protezione sociale. Parliamo di oltre 11 mila 477 lavoratori a fronte dei 10 mila 149 di settembre scorso e dei 7 mila 698 di marzo 2020. Un trend di crescita rilevato all’interno delle principali aziende regionali in cui la Cisl è presente. «Pur se la mappatura fa riferimento solo ad alcune realtà – commenta il segretario Monticco - risulta comunque rappresentativa di una situazione occupazione ancora in sofferenza: dalla nostra analisi parziale, sono 124 le aziende in crisi in Friuli Venezia Giulia, 80 erano nella scorsa rilevazione di settembre scorso. A preoccuparci è soprattutto il numero dei lavoratori coinvolti e quindi la necessità di dare subito un impulso deciso alle politiche attive per generare rapidamente percorsi di formazione e di riqualificazione per le persone in cassa integrazione e in Naspi».

  • La fotografia dettagliata

La maggior parte delle aziende in crisi risulta nella provincia di Udine e riguarda i settori agroalimentare, metalmeccanico e del legno. Rispetto al comparto agroalimentare la crescita riguarda soprattutto il numero delle aziende, ma non quello dei lavoratori coinvolti, che si è mantenuto stabile; nella metalmeccanica, invece, il numero degli addetti in crisi a distanza di poco più di un anno risulta quasi raddoppiato, così come sono emerse le difficoltà del comparto legno. Quanto alle tipologie della crisi, su tutte emerge il Covid che ha interessato oltre la metà delle aziende monitorate, seguito a poca distanza dalle “crisi di settore”, non riconducibili alla pandemia, e raddoppiate rispetto alle precedenti rilevazioni. Altre ragioni di crisi sono la mancanza di ordinativi, la scarsa liquidità, l’azzeramento del credito e le difficoltà di produzione. Ed è proprio la cassa integrazione per Covid lo strumento maggiormente attivato dalle imprese, praticamente in via esclusiva.

  • Evitare i licenziamenti

«Di fronte a una situazione del genere – aggiunge Monticco, riportando anche uno dei temi della manifestazione unitaria di sabato – era fondamentale evitare lo sblocco generalizzato dei licenziamenti, cosa che la mobilitazione delle piazze di Torino, Firenze e Bari è riuscita a contenere. Questo per consolidare la ripresa economica e avviare le riforme strutturali previste dal Recovery plan che interessano anche la nostra regione e per evitare il rischio della fuoriuscita di migliaia di persone dal mercato del lavoro. A livello nazionale erano stimate circa 577 mila fuoriuscite, se lo sblocco generalizzato fosse stato confermato, che si sommerebbero al milione di posti di lavoro persi negli ultimi 15 mesi. Già nel periodo pre-Covid, in regione, avevamo un numero importante di persone a rischio lavoro: sommando i lavoratori già sotto ammortizzatore sociale, con quelli potenzialmente a rischio e con i neet, contavamo attorno alle 90 mila unità. Oggi rischiamo di tornare a quei livelli, se non sapremo attivare subito strumenti efficaci e di medio-lungo periodo, a partire dalle politiche attive, da un potenziamento dei centri per l’impiego, e da una formazione tarata sulle competenze che servono, superando la logica emergenziale, in favore di una strategia complessiva e duratura».

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