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L’AZIENDA

I 40 anni della Holiday tra navi bianche, spot e insegne luminose testimoni della città

Dalla segnaletica sui giganti di Fincantieri fino ai gadget e i manifesti la ditta triestina di Marino Mennuni ha ripensato se stessa per adattarsi ai tempi

Elisa Coloni
3 minuti di lettura

TRIESTE. Più di qualcuno ricorderà che alla fine degli anni Ottanta, sulla facciata di un palazzo in piazza Goldoni, venne affisso un grande pannello sul quale scorrevano le news del cosiddetto giornale luminoso: notizie diffuse in tempo più o meno reale con frasi sintetiche che si susseguivano rapidamente, seguite da brevi pubblicità di negozi, bar e ristoranti locali (che pagavano 40 mila lire al mese ciascuno). Quasi dei social network ante litteram, che all’epoca fecero notizia. La differenza - non irrilevante - è che il remoto, lo “smart”, non erano ancora stati inventati e tutto andava fatto funzionare in loco, manualmente, con una grande tastiera color crema appesa al palazzo e collegata al pannello luminoso con un cavo. Una tastiera che oggi sarebbe perfetta protagonista in un museo delle telecomunicazioni, e che Marino Mennuni ancora stringe tra le mani mostrandola con nostalgica simpatia e orgoglio.

Mennuni è il titolare della Holiday, azienda triestina che quest’anno compie 40 anni e che, con la sua storia, racconta un po’ la storia della città, vista attraverso la lente della pubblicità, delle insegne luminose, del marketing, della grafica. Insomma, vista attraverso tutto ciò che può considerarsi comunicazione visiva. La fortuna di Mennuni (lui lo sa e lo dice) è aver avuto fantasia e intuizione per le novità, dedizione totale al lavoro e, perché no, anche un po’ di quella sana sfrontatezza tipica del self-made man, che nasce da solo e da solo fa e disfa, occupandosi a 360 gradi di tutto quello che prende vita in ditta.

Tutto inizia nel 1981, quando Mennuni ancora lavorava nell’azienda dello zio, grazie a un’idea: realizzare una serie di pupazzetti personalizzati in pannolenci da vendere alle gelaterie, sia in regione che fuori: «Avevo 26 anni e andavamo in giro con un’auto scassata, poca esperienza ma tanta voglia di sfondare e guadagnare - ricorda Mennuni -. Ai tempi il concetto del gadget personalizzato era una novità e ha funzionato, anche se oggi fa sorridere: ce li facevamo produrre da una fabbrica di Taiwan, con cui comunicavo via Telex, e li abbiamo venduti un po’ ovunque. Il primo ordine arrivò da una gelateria di Sappada, e poi fu il boom. Ricordo che in un’occasione vendemmo pupazzetti personalizzati a cento gelaterie in tre giorni. Di fatto, a quei tempi tutte le idee migliori partirono dallo scantinato della casa di mia mamma: ero un po’ come Steve Jobs», dice ridendo Mennuni.

Gli anni Ottanta sono quelli dei primi progetti. Certo, i pupazzetti, ma anche le prime insegne luminose e tanti altri prodotti realizzati con diversi materiali. Ma la svolta arriva a cavallo tra quel decennio e gli anni Novanta, con l’avvio di una collaborazione con uno dei più noti e importanti marchi del territorio, e non solo: Fincantieri. Sono gli anni delle prime grandi navi da crociera costruite dal colosso triestino, che si rivolge alla ditta di Mennuni per realizzare alcune insegne luminose a bordo. «Era una commessa importante, di quelle che imprimono la svolta - commenta l’imprenditore -. Era un mondo e un lavoro assolutamente nuovo per noi, ma l’ho accettato senza esitazioni, buttandomi su qualcosa che ho imparato a fare facendola. Diciamo che ho avuto coraggio e un po’ di follia. Da quel momento è iniziata una storia incredibile nel campo della segnaletica e delle insegne luminose per le navi passeggeri- racconta - durata per anni a livelli e ritmi elevatissimi, e che va avanti ancora oggi, seppure con modalità e sfumature diverse. Dopo la prima commessa - spiega Mennuni - ne sono infatti seguite tante altre e sin qui ho messo la firma su oltre 90 navi bianche, realizzando quasi tutte le insegne presenti a bordo, da quelle luminose che indicano le uscite di emergenza alle targhe sulle cabine o all’ingresso dei ristoranti. Il primo modello l’ho disegnato io a mano, con il tecnigrafo. Per noi - continua - quelli sono stati anni d’oro, prima solo con Fincantieri e poi anche con i cantieri finlandesi Aker-Finnyards. Quel lavoro me l’ero trovato io da solo: mi presentai senza avvisare a Turku, alla fine degli anni Novanta e mostrai i lavori fatti sin lì. La collaborazione durò fino al 2007».

Nel 2009-2010, la crisi, di pari passo con la crisi globale, alcuni problemi personali e l’arrivo di qualche competitor di troppo, che hanno pesato sul fatturato. «Ho pensato che non ce l’avremmo fatta - racconta ancora Mennuni - ma abbiamo resistito. Certo, l’azienda è stata in parte ridimensionata, ma siamo ancora qui, una decina di persone, compreso mio fratello Roberto, tra operai, tecnici e amministrativi, e abbiamo accolto nuove sfide».

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