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Dalla meccanica all’assistenza: in Friuli Venezia Giulia è difficile trovare 4 lavoratori su 10

Sempre più forte la carenza di manodopera specializzata Demografia, emigrazione e formazione fra i nodi

TRIESTE La chiave è la specializzazione. Ed è spesso quella che manca, racconta chi è a caccia di ingegneri, saldatori, camerieri. La denuncia della carenza di manodopera è sempre più diffusa, come testimonia l’indagine mensile di Excelsior-Unioncamere in collaborazione con Anpal. Il bollettino più recente parla di 11.380 entrate nel mondo del lavoro regionale a giugno e di 27.110 entro agosto. Si tratta, stando alle dichiarazioni delle imprese, per il 21% di assunzioni a tempo indeterminato, per il 62% concentrate nei servizi e per il 65% nelle aziende con meno di 50 dipendenti, per il 17% destinate a dirigenti, specialisti e tecnici, per il 30% rivolte ad under 30 e per il 12% a personale laureato.

Ma è un’altra percentuale quella che indica il nodo irrisolto. Nel 41% dei casi - pari a 10.844 lavoratori - le imprese ritengono di avere difficoltà a trovare i profili desiderati. Il dato sale al 55,9% alla voce “Aree tecniche e della progettazione”; non si va oltre il 16,6% nell’Area amministrativa. Più nel dettaglio, in un arco temporale tra maggio e luglio ci si avvicina al 60% di difficoltà di reperimento per operai specializzati di meccanica e metalmeccanica (su oltre 1.600 richieste), tecnici informatici e ingegneristici (circa 500), conduttori di mezzi di trasporto (ancora 500), addetti vendite e marketing (400); si viaggia tra il 50% e il 55% per operatori dell’assistenza sociale (250) e per gli operai specializzati in edilizia (900).

Carlos Corvino, responsabile dell’Osservatorio regionale Mercato e Politiche del lavoro, lo descrive come fenomeno tipico delle situazioni di crisi: «Già nel 2008 si denunciava la carenza di manodopera e in Fvg; inoltre, a remare contro è un fattore demografico: la popolazione è diminuita del 5% in un quinquennio, in particolare nella fascia giovanile». Dopo di che, così Corvino, «non pochi laureati, meno richiesti in un settore di piccole imprese più vocato alla produzione come quello del Fvg, hanno lasciato in passato la regione per trovare lavoro in Veneto, Lombardia o all’estero». Una soluzione, ricorda Corvino, è offerta dall’amministrazione regionale tramite il servizio alle imprese, struttura specialistica della direzione centrale che segna «una nuova fase del rapporto tra istituzioni pubbliche e soggetti privati nel processo di matching tra domanda e offerta del mercato del lavoro». Il servizio di fatto «si confronta col sistema economico per analizzare i fabbisogni, progettare percorsi di formazione mirati e immettere nel sistema figure pronte e spendibili, che conoscono il contesto in cui vengono inserite». Un modello «che sta producendo buoni risultati».

Il problema dell’assenza di manodopera qualificata è riconosciuto come «palese» dal presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti, che accende i riflettori sulla formazione. «Stiamo investendo risorse imponenti sugli Its, sulle scuole professionali, sulle academy, perché ci sono mestieri che devono essere assolutamente coperti anche perché, tra l’altro, le retribuzioni sono buone. Oggi un saldatore non prende meno di 1.800 euro netti al mese, ma non riusciamo a individuarli». «Quando trovo un direttore di macchina – aggiunge Michela Cattaruzza, amministratore delegato di Ocean – ce lo teniamo stretto come merce rara. Il motivo delle difficoltà? Non c’è una sola risposta. Semplicemente certe professioni, altamente specializzate ma anche molto faticose, non interessano più».

Il problema, secondo Cristian Vida, vicepresidente vicario di Confindustria Udine e presidente di Confidi Friuli, «investe tutti i comparti, e non fa che acuire una situazione cronica nel mondo dello specializzato, ma che si sta riscontrando anche nel non specializzato e non di alta formazione. A incidere certamente anche il fatto che le imprese, di punto in bianco, si sono ritrovate un aumento improvviso di richieste di produzione. Senza dimenticare l’incertezza sullo sblocco o meno dei licenziamenti». Per Bruno Vesnaver, presidente regionale di Confcommercio Fipe, anche il comparto dei pubblici esercizi «è in seria difficoltà: non c’è cultura del lavoro. Fare il cameriere o il cuoco, fino a tarda sera e anche la domenica, implica sacrifici. Pesa anche il fatto che siamo percepiti come un comparto poco sicuro, che rischia di essere richiuso al prossimo campanello d’allarme. Serve mettere fiscalmente il gestore nelle condizioni di aumentare i salari, senza che il costo del lavoro pesi sull’azienda».

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