Tra Dior e vestiti cremisi, il Verdi si riempie di colori per l’apertura della stagione

Presenti tanti vip della politica per “La Traviata” al Lirico di Trieste

TRIESTE. L’emozione è duplice al Teatro Lirico Giuseppe Verdi perché primo: ha scelto La Traviata per l’apertura della stagione e quindi un’opera che ha una capacità straordinaria di provocare suggestioni perché, parliamoci chiaro, anche lo spettatore più cinico di fronte ad “Amami Alfredo” si commuove.

Al Verdi va in scena la Traviata e per gli abbonati un numero speciale de "Il Piccolo"

E poi c’è l’eccitazione della sala aperta al pubblico. Per quanto lo streaming e la televisione si siano dati da fare (pensiamo al film diretto da Gatti-Martone), non è certo la stessa cosa piazzarsi davanti a uno schermo rispetto a un palco. Mancano gli applausi e le arie di Verdi ascoltate da un impianto non ci coinvolgono allo stesso modo, non raggiungeranno mai il turbamento delle pure corde vocali. E poi non c’è il “preludio”, non quello magnifico de La Traviata, proprio quello che avviene prima di sedersi in sala: l’attesa nel foyer, gli ospiti, i saluti felici e pomposi, gli abiti e gli sguardi su chi c’è e chi non c’è.

Trieste non fa eccezione e propone la sua sfilata di vip cittadini a partire dal primo, Roberto Dipiazza che dice: «È bellissimo perché fino a qualche mese fa sembrava questa situazione non finisse più. E invece oggi siamo qui e Verdi è la ciliegina sulla torta di una città che corre». Stefano Pace in vista del suo trasferimento all’Operà Royal de Wallonie a Liegi, saluta Trieste con un sorriso: «Perché il teatro è stato riaperto ed è risanato. Trieste è stata un’esperienza positiva ed arricchente perché mi ha anche permesso di raggiungere il nuovo obiettivo».

Nel frattempo giungono gli ospiti. Certo va detto che in abito da sera e mascherina la scena è quella di un film distopico. Ma in molti hanno avuto l’accortezza di scegliere la protezione adatta, cioè una mascherina nera.

Mentre si attende la tragica storia di Violetta ce n’è una fuori, la signora Vanessa Trebbi di Udine, sosta nel foyer con un abito ottocentesco rosso, con una gonna talmente ampia che il sospetto è che l’abbia rubato dal guardaroba di scena. Invece no. È un Dior: «L’ho indossato in omaggio a Violetta alla Prima della Scala di Milano, ripeto il gesto a Trieste».  Comunque il rosso è sempre sbagliato all’Opera, non per scaramanzia come il viola, ma risalta davvero poco tra i velluti del teatro. Eppure ieri si sono visti tanti abiti cremisi, non effervescenti come quello alla Violetta. In nero il questore Irene Tittoni, indossa una sorta tuxedo, camicia in chiffon e scollatura pulita, a dimostrazione che si può essere perfettamente eleganti senza ingessarsi in un abito da sirena. Al suo fianco il vicequestore aggiunto Michele Amatulli, in divisa di gala. Splendida l’assessore ai grandi eventi Francesca De Santis con un raffinatissimo tubino nero MaxMara con inserti di strass: «Finalmente si riparte», dice «finalmente tanti volti noti in un luogo di intrattenimento».  Il nero comunque trionfa e per lo più è ben indossato, c’è anche chi osa il grigio come l’algida Maria Teresa Bassa Poropat, sempre elegante e altera. Non manca qualche nuvola di tulle e trasparenze e applicazioni floreali.

È “La Traviata”, non un omaggio alla Fata Confetto. La più scintillante comunque è la gemmologa Giulia Bernardi, guru dei preziosi, che indossa un abito Valentino (non rosso), accompagnata dalla Presidente Pari Opportunità del Comune Laura Di Pinto, sfoggia un Armani nero con intarsi in metallo. Discreto anche il Segretario Generale della Fondazione CRTrieste Santangelo, accompagnato dalla figlia Giulia: «Finalmente un passo verso la vita normale», dice. Pochi gli smoking da perfetto melomane. D’altra parte fa troppo caldo.

Tante ragazze giocano a fare Audrey Hepburn: tubino nero giromanica (come quello che Givenchy disegnò per Colazione da Tiffany), capelli raccolti e giri di perle sulla schiena, mancavano giusto i guanti per completare la citazione alla lettera. Le nip (not important person) hanno attirato l’attenzione con un tripudio di colori, fiori, ricami e ricamini. C’è chi indossa un kimono (un omaggio alla Madama Butterfly?  Ha sbagliato opera). E infine arriva anche Serena Tonel dello staff di Massimiliano Fedriga, in rosso pure lei. Molte maniche di chiffon e scolli a V, impreziositi da collier. E i make up per lo più all’Armani, effetto pelle nuda, il clima non consente altro. Ma è quasi l’ora e il foyer si svuota. Silenzio. E poi via, sipario, verso ben altre suggestioni, verso “lieti calici / che la bellezza infiora / e la fuggevol ora / s’inebri a voluttà....”.

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