L’incubo Delta: «Un caso di Covid su quattro è di variante indiana»

Rapidamente l’Italia sale al quinto posto al mondo per diffusione. Il Trentino il più colpito

A contare il numero dei contagi il pensiero va subito a un’estate in libertà e senza patemi d’animo. Perché ieri (lunedì 21 giugno) di nuovi casi se ne sono contati appena 495, il numero più basso dal 18 agosto dello scorso anno. Solo che allora non c’erano i vaccini e sappiamo com’è andata poi a finire. Ora oltre metà della popolazione ha fatto la prima dose e un italiano su quattro ha completato il ciclo vaccinale.

Ma per quegli altri tre vacanze e stagione estiva rischiano di essere rovinate dalle nubi spinte dalla variante Delta. Che al di là dei risicati numeri ufficiali, appena l’1% secondo l’ultima rilevazione di tre settimane fa dell’Iss, sta invece dilagando. Solo che non ce ne accorgiamo perché facciamo pochi tamponi –nelle ultime 5 settimane meno 31, 5% rileva la fondazione Gimbe– e sequenziamo ancora meno, il 2% scarso dei virus che intercettiamo.

Il ministero della Salute proprio ieri ha disposto una nuova indagine rapida per stimare con più esattezza la diffusione delle varianti Covid in Italia, Delta in testa. L’indagine prenderà in considerazione i campioni di virus notificati il 22 giugno e poi sequenziati. Un rilevamento flash, al quale ci si augura presto faccia seguito un monitoraggio più costante, dopo l’annuncio da parte dell’Iss della rete di laboratori italiani per il sequenziamento, presentata già a gennaio e finanziata, almeno sulla carta, con 14 milioni ma mai realizzata.

Resta il fatto che, espandendosi sotto traccia la temuta variazione Delta, del 60% più contagiosa di quella inglese, era a poco più del 3% solo una settimana fa è ora al 26% in base al dato più attendibile delle sequenze depositate nella banca dati genetici internazionali Gisaid e ai numeri provenienti dall’istituto di ricerca belga Sciensano.

In pratica, da mutazione rara che era il nostro Paese è ora al quinto posto nel mondo per diffusione della variante nota agli scienziati come B.1.617.2. Peggio di noi stanno la Russia, dove è targato Delta il 99% del virus in circolazione, la Gran Bretagna con il 98% ma anche il 30% di virus sequenziato, il Portogallo con il 96% di diffusione e un sequenziamento al 5%, gli Usa che è al 31% e che sequenzia sempre il 5%. Nel Regno Unito e in quello dello zar Putin è bastato poco più di un mese perché da qualche decimale la presenza della Delta balzasse a percentuali bulgare. Alle quali è corrisposto poi un netto aumento dei contagi, che in Gran Bretagna viaggiano al ritmo di almeno 10mila al giorno, con un incremento fortunatamente meno accentuato di ricoveri e decessi. Aumento che però c’è stato anche tra gli immunizzati, a riprova che almeno in parte la B.1.617.2 i vaccini li buca. Soprattutto quando di dose se ne è ricevuta una soltanto.

I dati della Public Healt England (Phe) dimostrano che la variante Delta non aggirerebbe più di tanto le difese alzate dal vaccino di AstraZeneca, che con due dosi nel 92% dei casi eviterebbe il ricovero in ospedale. Mentre rispetto ai sintomi meno gravi la protezione sarebbe del 74% rispetto alla mutazione Alpha, ossia “inglese”, e del 64% quando ci si imbatte in quella Delta. Un altro studio pubblicato dalla prestigiosa rivista Lancet fornisce però percentuali un po’ meno rassicuranti, pari a un 79% di protezione con il vaccino Pfizer e del 60% per quello di Oxford. Questo con la doppia dose perché con la singola la musica cambia e decisamente in peggio.

Uno studio condotto sempre dal Phe britannico ha rivelato che il 79% dei vaccinati con una dose ha registrato una risposta neutralizzante degli anticorpi ridotta del 50% rispetto al ceppo originario, al 32% con la variante Delta e al 25% con quella Beta, l’ex sudafricana secondo il nuovo lessico “genomically correct”. In pratica con l’ex indiana in tre casi su 4 la prima dose del vaccino non impedisce il contagio e in alcuni casi guai peggiori. E c’è anche questo dietro quel “mettere il corpo” di Mario Draghi, spintosi, lui over 70, a farsi somministrare il richiamo con un vaccino diverso da AstraZeneca pur di convincere i refrattari all’eterologa che in questo momento conta soltanto chiudere il ciclo vaccinale e farlo più in fretta possibile. Perché ancora qualche giorno e quell’aumento verticale della mutazione Delta inizierà a tradursi anche in maggiori contagi e in una qualche misura in aumento di ricoveri e decessi. Il problema è che le scorte di vaccini iniziano a scarseggiare. «Stiamo finendo le scorte, con le previsioni di luglio siamo sotto del 25% per Pfizer e meno 65% di Moderna», confessa il governatore veneto Zaia, seguito a ruota dalle altre regioni. E anche qui sarà il premier a doverci mettere la faccia, facendo insieme alla commissione Ue pressing su Big Pharma affinché acceleri i motori della produzione.

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