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Smart working, da soluzione d’emergenza a strumento permanente? Ecco come cambia il lavoro in Friuli Venezia Giulia

Rientrati in ufficio 4 dipendenti su 5. A Trieste invece è ancora a casa il 50% dei 2.300 comunali

TRIESTE Da soluzione emergenziale per arginare il contagio a strumento permanente in grado di elevare la qualità della vita dei dipendenti e addirittura la produttività. Ecco l’evoluzione dello smart working secondo Regione e Comune di Trieste che puntano a rendere strutturale il “lavoro agile” anche dopo la fine dell’emergenza Covid, seppure con una percentuale inferiore a quella attuale. Ma in Friuli Venezia Giulia ci sono anche enti pubblici dove l’esperienza ha dato risultati meno convincenti e dove l’obiettivo è tornare al 100 per cento in presenza, ad eccezione dei dipendenti fragili che per ragioni di salute potranno optare per il lavoro tra le mura domestiche.

Dai quasi 3 mila dipendenti in smart nel marzo 2020 ai 741 dell’ultimo aggiornamento, circa uno su cinque dei 3.400 dipendenti di Palazzo, enti strumentali compresi. Pierpaolo Roberti, assessore regionale alla Funzione pubblica, fotografa con i numeri l’evoluzione del lavoro da casa, ma precisa che si tratta di un contesto ancora legato al contingente. Altra cosa sarà un’evoluzione strutturale della modalità di attività digitale della pubblica amministrazione, un cantiere ancora da aprire, ma sul quale c’è assoluta convinzione. «In smart working causa pandemia la Regione ha continuato a lavorare al meglio – afferma l’assessore –. Anzi, i carichi sono stati pure più pesanti del solito visto il periodo. Ma in prospettiva si tratta di valutare quale sarà la quota di persone da far lavorare da casa per migliorare l’efficienza della macchina regionale. Se quello di oggi è quasi sempre nulla più che un telelavoro, l’obiettivo è costruire un sistema che renda strutturale lo smart nei servizi che meglio si adattano a una gestione telematica».

La giunta ha tra l’altro aderito al documento Pola (Piano organizzativo lavoro agile) per inserire lo smart working nelle attività che contribuiscono alla misurazione della performance dell’amministrazione regionale. Il Piano individua le modalità attuative del lavoro agile prevedendo che, sulla carta, almeno il 60% dei dipendenti possa avvalersene garantendo che non subiscano penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e progressione di carriera.

«Al momento il 50 % dei 2.300 dipendenti è in smart, con rotazione commisurata alle esigenze dei dirigenti di dipartimenti e servizi – premette l’assessore comunale alle Risorse umane di Trieste, Michele Lobianco –. Al picco della pandemia avevamo toccato l’80 %». «Quando avremo certezze sulla data in cui finirà la fase di emergenza – precisa –, procederemo con una determina per indicare la quota di smart working che continuerà ad esserci anche una volta superato il periodo emergenziale. Il ricorso al “lavoro agile” rimarrà uno strumento che andrà al di là del Covid. Del resto avevamo cominciato a prepararci all’introduzione dello smart già prima della pandemia. Un modo per garantire una qualità della vita migliore ai lavoratori, aiutando a conciliare il lavoro con la vita familiare, penso in particolare a chi ha figli». «In questi mesi abbiamo riscontrato che il livello di produttività è addirittura aumentato – aggiunge Lobianco –. È un’evoluzione del modello di lavoro all’insegna dell’elasticità. Dal punto di vista della sicurezza sanitaria, una volta usciti dal rischio Covid, l’opzione smart consentirà a un dipendente di continuare a lavorare, restando a casa, qualora si senta poco bene. Ringrazio i dipendenti per la collaborazione. È una sfida che hanno saputo raccogliere».

Per altri Comuni come Gorizia, Monfalcone e Udine, l’obiettivo è invece di tornare progressivamente al 100 per cento del lavoro in presenza, tranne alcune limitate eccezioni. «Ad oggi il ricorso allo smart è al 50 %, ma in autunno cambierà tutto – prevede il sindaco del capoluogo isontino Rodolfo Ziberna – anche perché il numero di vaccinati sarà sempre più alto e le esigenze precauzionali sanitarie saranno molto ridotte, varianti permettendo. Lo smart non consente di garantire lo stesso standard di servizi e in più ci sono stati dipendenti ai quali i dirigenti hanno chiesto di tornare a lavorare in presenza e che si sono rifiutati. Il segretario generale Maria Grazia De Rosa sta verificando se sia possibile già adesso aumentare la percentuale di lavoratori negli uffici. L’obiettivo è tornare al 100 % in presenza, anche se magari si potrà valutare il mantenimento dello smart come opzione alternativa, anche se limitata, ai rientri pomeridiani».

«Siamo già scesi al 20 % del personale in smart, a rotazione, e abbiamo concordato con le organizzazioni sindacali che dopo l’emergenza torneremo al 100 % in presenza – annuncia il sindaco di Monfalcone, Anna Maria Cisint –. Uniche eccezioni i dipendenti con fragilità o con necessità particolari di restare a casa per accudire familiari malati. Da noi lo smart non è stato molto apprezzato e sono stati gli stessi dipendenti a dirlo».

«Abbiamo deciso di far rientrare il più possibile i dipendenti e quelli a casa non superano, ad oggi, il 20 %. Ci sono servizi molto difficili da erogare in smart – spiega il sindaco di Udine Pietro Fontanini –, ad esempio l’assistenza sociale. La presenza fisica per svolgere le pratiche è fondamentale. Sono critico verso il lavoro agile perché vedo che c’è chi ne approfitta e non si fa trovare. Controllare è difficile. Ci sono magari persone con fragilità sanitarie a cui concederemo l’opportunità dello smart. Ricordo che abbiamo speso 300 mila euro per i pc portatili, circa 250, più i relativi programmi, e sono lievitate le bollette telefoniche. Certo, i servizi sono andati avanti lo stesso in questi mesi e abbiamo arginato il contagio. Ma non vedo altri aspetti positivi». A Pordenone lo smart si attesta tra il 20 e il 25 % e dopo l’emergenza sarà previsto per dipendenti fragili o che debbano assistere dei familiari a casa.

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