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La figlia di Basaglia: «Mio padre creò un modello, tuteliamolo»

Alberta Basaglia, figlia dello psichiatra Franco Basaglia

Alberta commenta la nomina al Csm di Barcola: «Il sistema qui funziona, non va indebolito»

«Spero non sia davvero possibile cancellare un approccio che non è solo sanitario. Ma è anche e soprattutto culturale». Tra le migliaia di voci che si sono sollevate per difendere il sistema Trieste, ce n’è una che emerge con la calma risoluta di chi non è disposto ad arretrare di un singolo passo. È quella di Alberta Basaglia, da sempre impegnata a sostenere e a diffondere la rivoluzione psichiatrica che suo padre Franco ha fatto nascere. E che lei si sente in dovere di proteggere, a maggior ragione dopo la nomina per la prima volta in 40 anni di un non-basagliano alla direzione del Centro di Salute Mentale 1 di Barcola.

«Leggo quanto avvenuto come una minaccia, sì. Mi sembra di capire che il vincitore, nonostante non sia giovanissimo, non abbia maturato il percorso di chi sia riuscito a seguire una certa impostazione nella cura della sofferenza psichiatrica. Ed è dimostrato dal fatto che, nella sua città (Cagliari, ndr), il “Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà” ha citato episodi in cui si denunciava l’uso della contenzione nei suoi reparti». Secondo Basaglia, tuttavia, la recente nomina è solamente un tassello che si inserisce in un mosaico più ampio e che va guardato da lontano per coglierne le sfumature. Un quadro fatto di scelte politiche che negli anni hanno eroso terreno al modello di approccio psichiatrico di suo padre. «In Italia ci sono tante esperienze che si basano su quella basagliana, ed è difficile cancellarla del tutto. Al contempo, però, i presupposti del depauperamento ci sono da molti anni – sottolinea Alberta, vicepresidente della fondazione Franco e Franca Basaglia -. Basti pensare che esistono ancora persone che muoiono legate a un letto. Anche se i manicomi sono stati chiusi, in alcuni servizi di diagnosi e cura vengono portate avanti pratiche che nei manicomi erano la norma».

Neanche a farlo apposta, la polemica esplode proprio negli stessi giorni in cui è stata inaugurata “D3 – Diritti al cubo. Gorizia epicentro di una rivoluzione. La fine del manicomio, la nascita dei diritti”, un progetto artistico ideato dalla presidente di Fondazione Carigo Roberta Demartin e di cui Alberta Basaglia è stata curatrice. La mostra virtuale è «testimonianza di che cosa ci fosse prima dell’esperienza di Trieste, prima che ci fossero i servizi del territorio. Quando ancora esistevano i manicomi e le persone si ritrovavano a essere escluse dal mondo», conclude Basaglia».

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