«Esempio triestino importante ma non è l’unico percorribile»

I vertici della Società italiana di psichiatria prendono posizione con una lettera ufficiale «Possibile che non si accetti un primario perché non appartiene allo storico gruppo locale?» 

L’INTERVENTO

Enrico Zanalda


Bernardo Carpiniello

Che cosa succede alla psichiatria italiana? Questa frase volutamente riprende in parte il titolo di un documento recentemente diffuso a firma di “Operatori dei Servizi e Utenti della Salute Mentale” di Trieste, uno dei diversi scritti, prese di posizione, interviste e articoli comparsi sui giornali locali e nazionali sulla vicenda di un concorso recentemente svoltosi per nominare il responsabile di uno dei Centri di salute mentale di Trieste, vinto da un candidato proveniente da un’altra regione.

Una vicenda nella quale è legittimamente avvenuto, fino a prova contraria, che abbia vinto una persona considerata complessivamente più idonea degli altri concorrenti. Sarebbe stato un concorso normale, come tanti in Italia, nel quale chi perde generalmente decide di adire le vie legali per vedere riconosciuti gli interessi che ha eventualmente ritenuto lesi. Purtroppo, in questo caso non è stato così. Fatto pressoché inedito anche per un Paese anomalo come l’Italia, questo concorso è stato contestato per via mediatica, dando la stura a una sorta di guerra di religione.

Possibile che non sia contemplato che una persona possa aver vinto il concorso per merito e che non possa portare un ulteriore contributo di esperienza, semmai diversa, ma comunque utile, all’interno di un confronto dialettico di posizioni? Possibile che un professionista proveniente da un’altra realtà, che voglia legittimamente ambire a un posto di primario a Trieste, non sia accettabile solo perché considerato una “corpo estraneo”, incompatibile per la sua non appartenenza allo storico gruppo locale? È accettabile che per un concorso pubblico in una struttura sanitaria italiana, nel 2021, si ipotizzi una sorta di “patente di legittimità” costituita dalla pregressa esperienza di servizio nello stesso sistema assistenziale da dirigere, in ragione della sua supposta specificità?

In ogni caso, ciò che emerge da tutto questo è che un concorso vinto da una persona non formatasi all’interno dell’esperienza triestina sia per i colleghi di “per sé” inammissibile, un vulnus insopportabile, la cui vera origine sembra derivare dal sostanziale, neanche dissimulato “disconoscimento” (ma è solo un eufemismo) di tutti coloro che appartengono all’“altra psichiatria”, quella, per usare le parole di Giuseppe Dell’Acqua, delle «psichiatrie arcaiche, quelle accademiche…quelle della diagnosi, del farmaco, delle porte chiuse, delle contenzioni, degli ambulatori e non dei centri di Salute mentale…». In sostanza, esisterebbe da un lato la buona psichiatria, quella triestina, dall’altro quella cattiva, quella dei restanti Dipartimenti di Salute mentale d’Italia e del resto del mondo.

Nessuno psichiatra italiano, anche il più arcaico, disconosce la fondamentale importanza dell’opera di Franco Basaglia. Nessuno disconosce che il modello triestino è un importante esempio di come possa essere organizzato un buon sistema di assistenza comunitaria. Ma non è uno scandalo ritenere che il modello triestino non sia l’unico possibile né quello che vanta risultati superiori a quelli di altre realtà italiane e non italiane. Il problema sembra essere che chi si sente erede del lascito di Basaglia non è disposto a riconoscere il ruolo che intere generazioni di psichiatri italiani, formatisi altrove e provenienti dalle tanto vituperate università italiane, hanno costruito, pur partendo da esperienze formative e culturali diverse.

La consapevolezza dei limiti e della incompiutezza del sistema della salute mentale italiano, a partire dalle disuguaglianze regionali, è patrimonio comune della intera psichiatria. Ben venga che uno psichiatra cresciuto altrove divenga direttore a Trieste allo stesso modo che uno psichiatra cresciuto a Trieste possa divenire direttore in una qualsiasi delle altre regioni italiane.

Presidente e Past President Universitario Società Italiana di Psichiatria

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