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Unione Europea, un piano da 30 miliardi per “spingere” l’ex Jugoslavia

L’annuncio del commissario all’Ampliamento: raggiunto a Bruxelles un accordo per finanziare gli investimenti in più settori, dai trasporti all’energia e all’industria

BELGRADO. Il processo d’allargamento, malgrado le numerose e ripetute promesse e rassicurazioni, rimane in stallo, senza quell’accelerazione più volte richiesta soprattutto da Tirana e Skopje. Nel frattempo, anche sfruttando l’onda lunga della pandemia, grandi potenze straniere, in testa Russia e Turchia – con capofila la Cina - conquistano sempre più terreno e influenza nella regione. E allora l’Unione europea cerca di recuperare il vantaggio non del tutto perduto. La ricetta consiste in tanti soldi e qualcosa che potrebbe assomigliare molto a una sorta di “Piano Marshall” per i Balcani.

È questo lo scenario emerso dopo un vertice tra i leader dei Balcani occidentali ancora fuori dalla Ue – Serbia, Albania, Macedonia del Nord, Montenegro e Bosnia-Erzegovina – organizzato negli scorsi giorni nella capitale albanese, ospite d’onore il commissario Ue all’Allargamento Oliver Varhelyi. Come di consueto, il vertice è stato ricco di promesse sull’integrazione futura della regione nel club europeo che più conta, e inoltre disturbato dai tradizionali battibecchi; uno su tutti, quello tra la premier serba Ana Brnabić e l’omologo kosovaro Albin Kurti, sul ring per la questione del riconoscimento di Pristina.

Stavolta però c’è stato anche dell’altro. A vivacizzare l’atmosfera è stato proprio Varhelyi, nel corso di un incontro stampa affiancato dal premier albanese Edi Rama. Bruxelles, ha dunque annunciato Varhelyi, fa sul serio in merito a un mega-piano di investimenti e aiuti per la regione, già evocato alla fine dello scorso anno ma finora non tradotto in realtà. Il piano prevede la «mobilizzazione di quasi 30 miliardi di euro» in investimenti, ha specificato il commissario Ue, praticamente «un terzo del Pil» dell’intera regione messa insieme.

Nel 2020 Bruxelles aveva parlato di 9 miliardi di investimenti per i Balcani, in particolare per modernizzare trasporti, ferrovie e infrastruttura internet della regione, oltre al comparto industriale e al settore energetico, da rendere più “green” e meno inquinante di quanto sia ora e per rendere duratura la ripresa post-Covid. Qualche mese dopo, arrivano ora maggiori dettagli sul programma. Varhelyi ha confermato infatti la “base” del progetto d’investimenti, da nove miliardi appunto, stimando al contempo che il “Piano Marshall” balcanico ne genererà indirettamente altri 21 a partire da quest’anno e fino al 2027: un’enormità per una regione di meno di venti milioni di abitanti.

La novità maggiore è ora un’altra. «La notizia che ho da darvi – ha specificato Varhelyi – è che è stato raggiunto un accordo» a livello Ue la settimana scorsa «per finanziare il piano», è stato l’annuncio. I soldi in arrivo sono ovviamente più che benvenuti da tutti, in una regione che ha sofferto la pandemia nel suo tessuto produttivo – in particolare in Paesi oggi dipendenti dal turismo – e che ha più che mai bisogno di investimenti. A esprimere apprezzamento è stato in particolare Rama, che ha parlato di imminenti «fondamentali miglioramenti» nella regione sul fronte trasporti - strada e ferro -, energia, connettività, grazie ai fondi Ue. «Dobbiamo riconoscere che la Commissione ha fatto il suo, ora tocca a noi», ha aggiunto il leader albanese. «Insieme possiamo costruire una regione diversa», ha commentato la premier serba Brnabić, aggiungendo di sperare che i sei Paesi balcanici extra-Ue possano «insieme lavorare ai progetti». La via è quella, perché le risorse dell’Unione non arriveranno senza condizioni, ha specificato Bruxelles. «Il piano non funzionerà» infatti «se la regione non lavorerà come un tutt’uno».

Fra le priorità, ha spiegato Varehlyi, il «mercato regionale comune» o la mini-Schengen balcanica, che dir si voglia. Senza di quella, «con i camion che devono fermarsi ogni cento chilometri» a nuove dogane e sei tipi diversi di certificazione delle merci e tassazioni, non si va da nessuna parte. E a quel punto «non ha senso costruire ferrovie o strade», con l’aiuto della Ue.

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