Quello che i sondaggi non dicono

LaPresse

La scena politica manifesta l’accentuarsi di una tendenza già avvertita nelle settimane scorse: Pd primo partito, FdI subito dopo e la Lega, probabilmente, solo terza. Che sia vero o no, la questione più interessante appare quella che riguarda Matteo Salvini. L’elettorato, che si era gonfiato a livelli record grazie a un’audace campagna comunicativa e a una presenza aggressiva nel governo Conte I, arretra in favore di Giorgia Meloni la quale ha maggiore libertà nelle posizioni da assumere, non detenendo responsabilità governative, e ha costruito una strategia che appare più coerente rispetto a quella delle altre componenti del centrodestra.

Salvini sembra oscillare fra atteggiamenti del passato e pulsioni più moderate nel tentativo di restare agganciato a quella parte che gli è necessaria per andare al potere quando la maggioranza eterogenea finirà il suo percorso e si tornerà a votare. La Lega sente la pressione di Fratelli d’Italia e si contorce fra stimoli populisti e necessità governiste. Non è chiaro come Salvini attrarrà verso sé i voti di quella Forza Italia in attesa di dissoluzione.

Quel che è certo è che, per mantenere il ruolo di affidabilità che le viene riconosciuto in larghe percentuali al Nord, la Lega non può deflettere dal progetto di costruzione di un’identità centrista. L’assestamento verso il basso che i sondaggi attribuiscono al partito è quindi l’ effetto di una necessaria depurazione da elementi estremi che nuocciono a una collocazione che possa essere ritenuta accettabile da Europa e Stati Uniti. Matteo Salvini lasci pure a Beppe Grillo gli ammiccamenti con la Cina. Abbandoni alla loro deriva i Paesi del Gruppo di Visegrád. È tempo che la Lega italiana si accomodi sulla stessa linea di condotta dei suoi presidenti delle Regioni e non più il contrario.

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