Oltre 2.600 migranti accolti dalla rete triestina nel 2020

Flessione di sole 356 unità nel primo anno condizionato dalla pandemia rispetto a quello precedente. Meno risorse a disposizione e lavoratori in calo: -41 addetti



Il modello d’accoglienza triestino l’anno scorso ha retto l’urto della pandemia e registrato numeri solo leggermente in calo rispetto al 2019. È quanto emerso dall’annuale conferenza stampa di presentazione del report statistico elaborato da Ics, Caritas, Lybra e Duemilauno Agenzia Sociale, ovvero le realtà che gestiscono il settore della protezione internazionale in città. Sono intervenuti il direttore della Caritas diocesana, don Alessandro Amodeo, il presidente di Ics Gianfranco Schiavone e i medici umanitari dell’associazione Donk, che operano offrendo supporto all’interno delle strutture.


Al 31 dicembre 2020 gli accolti erano 1.074: la fotografia di quel momento conferma dunque l’usuale capienza del sistema, di circa un migliaio di posti. Questa stabilità è resa possibile dai trasferimenti, abitualmente organizzati dalla Prefettura per ridistribuire i migranti sul territorio nazionale, che sono continuati anche nel 2020. Nel corso dell’anno passato, inoltre, rifugiati e richiedenti asilo che hanno usufruito per la prima volta del sistema giuliano sono stati complessivamente 2.624, contro i 2.980 del 2019: 356 in meno. In quelle 2.624 persone sono compresi anche 15 bambini nati a Trieste e 39 ex minori stranieri non accompagnati (msna), vale a dire che hanno compiuto diciotto anni l’anno scorso.

A essere cambiato, rispetto al 2019, è invece l’andamento degli arrivi nei vari mesi: all’inizio dell’estate c’è stata una contrazione, che secondo Ics è da attribuirsi presumibilmente alle riammissioni informali. A questo proposito Schiavone ieri ha replicato al prefetto Massimo Bontempi, direttore centrale di Immigrazione e Polizia delle frontiere, che il giorno prima a Trieste, parlando alla stampa, non ha escluso una ripresa di tali pratiche. «Le parole del prefetto Bontempi sono gravi – ha affermato Schiavone –. Egli sa che le riammissioni dei richiedenti asilo sono illegali, in quanto consistono nell’impedire allo straniero di chiedere asilo in Italia respingendolo in Slovenia. Il tutto senza provvedimenti motivati e notificati alla persona. Si invoca, di fatto, il ritorno a uno stato di polizia, nel quale le garanzie giuridiche vengono annullate».

Tornando al report, tra le principali novità comportate dall’emergenza sanitaria vi è l’istituzione di un sistema di isolamento fiduciario per chi entra in Italia. Ciò ha permesso di conoscere più chiaramente l’identità di chi arriva dalla rotta balcanica, poiché in precedenza la tendenza era quella di non fermarsi a Trieste ma ripartire subito: il Pakistan è la nazionalità più rappresentata, sia nel sistema di isolamento fiduciario che in quello d’accoglienza. In isolamento vi è inoltre un’incisiva presenza di persone provenienti da Afghanistan, Iran e Siria, che però poi non si traduce allo stesso modo all’interno dell’accoglienza diffusa. È aumentata l’accoglienza in piccoli appartamenti, saliti da 144 a 175, dislocati sul territorio al fine di evitare concentrazioni di migranti, favorendone il contatto con la popolazione locale. Invariata la contrazione delle risorse, che ha determinato un’ulteriore perdita di posti di lavoro, specie per gli operatori sociali, scesi a 128 (-41 rispetto al 2019) unità: in generale sono giudicate insufficienti le risorse a disposizione del nuovo Sistema Accoglienza Integrazione (ex Sprar), nonostante questo sia considerato migliorativo rispetto alla situazione creata dal primo decreto Salvini. È stata infine espressa preoccupazione per le condizioni psicofisiche in cui versa chi arriva dalla Balkan route: queste persone raccontano di vita inumana nei campi in Grecia, sistema di asilo ridotto all’osso e malfunzionante in Bosnia Erzegovina, respingimenti a catena lungo tutta la rotta e soprattutto in Croazia. —



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