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Il colosso cinese Huawei investe sulla Slovenia con un polo logistico a Lubiana

il premier sloveno Janez Janša. La Cina aprirà a breve con la Huawei un centro logistico a Brni

Merci in arrivo anche dal porto di Capodistria. Procede l’allargamento nei Balcani

La Cina piace ai sovranisti dei Balcani. Il presidente serbo Aleksandar Vučić non ha rifiutato i vaccini anti-covid di Pechino, il premier magiaro Viktor Orban è pronto a indebitarsi con le banche cinesi pur di costruire a Budapest un campus per l’ateneo “Fudan” e il primo ministro sloveno Janez Janša potrà vantare vicino all’aeroporto di Lubiana il centro logistico per l’Europa sudorientale del gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei. Un investimento da 9 milioni di euro l’anno (in espansione) con la merce che arriverà dal porto di Capodistria e dall’attiguo scalo aereo di Brnik, per essere reindirizzata verso 13 paesi Ue e sei extra Ue.

«Il fatto che Huawei abbia preso questa decisione commerciale strategica di istituire un magazzino di transito europeo in Slovenia, che coprirà circa 19 mercati, dimostra ancora una volta quanto sia attraente la Slovenia in termini di logistica. Huawei riconosce la posizione strategica del Porto di Capodistria, personale qualificato e servizi in Slovenia. Includiamo quindi la Slovenia nella nostra lista di hub logistici strategici», ha spiegato Bea Bogadi, direttore regionale di Huawei per la conformità doganale in Europa.

Ma la Cina nei Balcani non è certo tutta qui. Per Pechino l’intera regione altro non è se non l'approdo naturale in Europa della nuova “Via della Seta”: da qui l’interesse soprattutto per le infrastrutture, come il porto del Pireo in Grecia (acquistato) e la ferrovia Belgrado-Budapest (finanziata). Nella regione della ex Jugoslavia, Pechino ha investito circa 13 miliardi di euro e può contare su un interscambio commerciale di 110 miliardi nell’intera Europa centrale. E i Balcani, insieme all’Europa centrale, sono il ventre molle del Vecchio continente, ovvero del sistema nordatlantico, anche come sistema difensivo Nato.

Essendo lo spazio economico dell’Unione europea, con i suoi vincoli legali, un osso spesso troppo duro per la penetrazione di un sistema economico centralizzato e statalista, Pechino ha ricalibrato la propria strategia sul confine esterno dell’Europa comunitaria. La Cina ha puntato sui Balcani occidentali, e in particolare sulla Serbia, per il consolidamento della propria presenza, nonostante in termini assoluti di mercato la zona sia quasi insignificante per il gigante economico asiatico. A Belgrado il regime cinese ha portato investimenti nelle autostrade, nelle ferrovie e nell’industria pesante per oltre dieci miliardi. Grazie all’acquisizione dell’acciaieria di Smederevo, la Cina ha superato la Fiat, proprietaria degli insediamenti di Kragujevac, quale primo esportatore del Paese. In Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Kosovo la propaganda per utilizzare sostegni finanziari garantiti da prestiti sovrani cinesi si è andata intensificando nell’ultimo quinquennio, mentre in Montenegro il prestito di 800 milioni di euro a favore dello sviluppo autostradale è già divenuto un caso europeo dopo che il governo locale ha chiesto aiuto a Bruxelles per non cadere nella spirale del debito ed evitare il pignoramento di Pechino. Il crollo del 15% del Pil nazionale nel 2020, la scarsa resa del progetto infrastrutturale e la modestia di un mercato formato da soli 600.000 abitanti fanno del Montenegro, membro della Nato dal 2017, un obiettivo strategico naturale per la Cina. La presenza cinese nei Balcani occidentali costituisce per Pechino una buona occasione per creare relazioni diplomatiche più forti, privatizzare le risorse energetiche della regione ed espandere il proprio export avvicinandosi ai mercati dell’Europa occidentale e in particolare ai settori di investimento nella tecnologia avanzata di quest’ultima. Dunque l’eventuale entrata di questi Paesi nell’Unione europea costituisce un’altra fonte d’interesse per la Cina, che tuttavia, paradossalmente, proprio con la propria azione la sta di fatto ostacolando. Finanziando infatti opere infrastrutturali che intrappolano nel debito i Paesi coinvolti, che abbassano gli standard ambientali e lavorativi, che alimentano corruzione e mancanza di trasparenza - tutti fenomeni già ampiamente presenti nella regione - Pechino non fa che contribuire ad allontanare sempre più il progetto a lungo termine di integrazione nell’Ue dei Balcani occidentali. Secondo Valbona Zeneli, presidente del Dipartimento di Iniziative Strategiche del Centro Europeo George C. Marshall per gli Studi sulla Sicurezza, è anche per questo che l’Unione europea dovrebbe rinnovare il proprio interesse nei Balcani occidentali e utilizzare leve politiche ed economiche accattivanti per stabilizzare il suo vicinato e portarlo più vicino ai propri valori, regole, istituzioni e modelli di governo liberali e democratici. Il tempismo dell’arrivo di Pechino nella regione dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale ha spianato la strada alle mire espansionistiche commerciali cinesi. Anastas Vangeli, PhD presso l’Accademia polacca delle Scienze a Varsavia, è dell’opinione che sia Usa che Ue si siano dimostrate deboli nell’occasione. Da un lato hanno contribuito alla creazione dell’immagine della Cina come potenza globale in crescita, e dall’altro le loro agende nell’area dei Balcani hanno inviato segnali troppo contraddittori.

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