Tolse la bandiera al militante del Tlt: il sindaco di Trieste Dipiazza va a processo

Il pm aveva chiesto di archiviare, il gip ha disposto il rinvio a giudizio per violenza privata. «E ora finisco in tribunale per aver difeso l’italianità di Trieste»

TRIESTE Il sindaco Roberto Dipiazza andrà a processo. Deve rispondere del reato di “violenza privata” per aver tolto dalle mani di un manifestante del Territorio libero una bandiera di Trieste listata a lutto spezzandola a metà e portandosela via.

L’episodio si era verificato il 26 ottobre del 2019, giornata in cui si stava svolgendo in piazza Unità una commemorazione del ritorno di Trieste all’Italia. Quella del manifestante del Tlt – il suo nome è Darko Jermanis – era una chiara provocazione legata alle annose questioni su cui da tempo si batte il movimento.

Il pm Pietro Montrone aveva chiesto l’archiviazione del caso, ma il gip Massimo Tomassini ha accolto l’opposizione avanzata da Jermanis. Il giudice, pur considerando le tesi del Tlt alla stessa stregua «dell’affermare che Trieste si trovi su Marte – così scrive – ovvero che per strada si incontrino i venusiani», ritiene che Dipiazza abbia avuto una reazione «scomposta».

Perché il manifestante, si legge negli atti, «esprimeva un’idea, un’idea sballata, inconsistente quanto si vuole, ma pur sempre un’idea». E «la libertà di parola e di espressione, per quanto balorda, una volta che rimane espressione di un’idea deve essere salvaguardata a ogni costo. Un’idea – conclude il gip Tomassini – in quanto tale non potrà mai essere repressa».

Dipiazza non fa dietrofront. «Sono tranquillo, ho agito nel rispetto della legge – spiega – volendo tutelare una cerimonia importante per la città. Sono un patriota, difendo la bandiera». E il discorso inevitabilmente si allarga sulle responsabilità dei sindaci, i loro poteri, il ruolo di rappresentanza della comunità tutta, gli obblighi e i limiti di legge.

Sindaco, perché ha reagito così quel giorno?

«Era una giornata importante, c’era l’alzabandiera. Ho visto un manifestante sotto il pilone con la bandiera di Trieste listata a lutto. C’erano il prefetto, i generali, le autorità, l’Inno. Io ho agito nel rispetto della legge per tutelare la cerimonia. Sono stato rinviato a giudizio, ma sono un patriota e difendo la nostra bandiera. Ripeto: obiettivamente il sindaco non può permettere che una persona venga in piazza Unità con la bandiera listata a lutto mentre c’è l’alzabandiera con l’Inno d’Italia. Dopo quel mio gesto la gente mi ha applaudito».

Al di là di questa vicenda, lei nel suo ruolo avverte il rischio, o il peso, di poter incorrere in qualsiasi momento in responsabilità penalmente perseguibili, anche magari per atti su cui non ha il controllo diretto?

«Faccio il sindaco da vent’anni, non ho mai avuto nessun problema. Questo perché ho una conoscenza profonda delle cose di cui mi occupo. Giro il territorio, incontro la gente. Se vedo qualcosa che non va, agisco. L’altro giorno ero a Opicina: qualcuno ha messo dei pezzi di tronco per non far parcheggiare le auto. Ho subito fatto notare che qualcuno in bici può cadere e farsi male. Chi paga?»

Il rischio c’è anche firmando un atto.

«Firmo molti atti al giorno, mai avuto problemi, nemmeno di abuso d’ufficio. Poi magari succede che autorizzo un Tso di un medico (trattamento sanitario obbligatorio per cure urgenti a chi è in condizioni di grave disagio mentale, ndr) la persona muore e mi trovo indagato. Crolla una struttura e ne rispondi. I sindaci hanno molte responsabilità e questo, per molti, non è riconosciuto. Ma la vera questione è la lentezza burocratica. Se mi mettessero a fare il commissario per certe opere, sapete quanti lavori partirebbero? Altro che decenni persi per i cantieri di Roiano e per la galleria di Montebello».

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