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«Ratko resta il nostro eroe»: tabloid e politici serbi rinnegano i giudici dell’Aja

All’indomani della conferma dell’ergastolo per l’ex generale Mladic, a Belgrado e Banja Luka hanno ripreso a lanciare proclami ultranazionalisti. Il premier Vucic: «Giustizia selettiva»

BELGRADO Nessuna manifestazione di piazza a sostegno dell’ex generale, come accadde nel maggio di undici anni fa, quando il latitante più ricercato d’Europa venne arrestato nel villaggio serbo di Lazarevo e migliaia di ultranazionalisti sfilarono a Belgrado per supportarlo. Ma ancora tante dichiarazioni critiche verso la giustizia internazionale, se non di aperto sostegno all’imputato, da parte di media di punta e politici al potere - bilanciate però anche da espressioni di condanna. Sono i contorni del “day after” in Serbia - ma anche in Republika Srpska - la giornata successiva alla storica conferma della condanna all’ergastolo per genocidio e crimini di guerra di Ratko Mladic, al tempo della guerra in Bosnia capo militare delle forze serbo-bosniache.

Mladic rimane per molti un eroe da difendere, suggeriscono le prime pagine dei più diffusi tabloid serbi, la gran parte di indirizzo filogovernativo. Tabloid come “Informer”, tristemente celebre per le prime pagine e gli articoli gridati, con articoli e foto usati spesso per attaccare personalità dell’opposizione o sgradite al potere. «Mladic per sempre eroe serbo», ha titolato così ieri il giornale, scegliendo come foto a corredo dell’articolo un’immagine dell’ex generale ai tempi del conflitto in Bosnia, sorridente e in uniforme. Ma Informer non è stato un caso isolato. Anche Telegraf, Alo, Vecernje Novosti hanno fatto risuonare le campane di un ultranazionalismo che sembrava sopito, raccontando ai propri tanti lettori di un Mladic punito «senza che i ricorsi siano stati letti», in un procedimento che avrebbe «confermato l’ingiustizia» commessa nei confronti del condannato, ora in via definitiva.

I tabloid hanno sposato a tutto tondo la linea della difesa e della famiglia Mladic, citando abbondantemente personaggi come la moglie Bosjlika, che ha descritto il marito come «un uomo giusto e di alta moralità». O Darko Mladic, figlio del generale e suo più loquace difensore, che ieri ha evocato la possibilità di una richiesta di revisione della sentenza d’appello. «Ratko sa cosa il popolo pensa di lui, il suo messaggio è quello di difendere la Republika Srpska», l’entità politica dei serbi di Bosnia, ha spiegato Darko Mladic.

Ma anche parte della politica serba e serbo-bosniaca è scesa in campo con dichiarazioni quantomeno discutibili. Quella più autorevole è arrivata dalla bocca del presidente serbo, Aleksandar Vucic, che ha parlato di «giustizia selettiva» - una linea condivisa ieri dal Cremlino - e ha addirittura lanciato una sorta di appello-invito ai suoi cittadini. «Né la Serbia né i serbi sono stati condannati, su la testa», ha dichiarato in un intervento al Consiglio di sicurezza Onu, assicurando che la Serbia guarda al futuro, non al passato. Ancora più duro il ministro della Difesa serbo, il “falco” Aleksandar Vulin, che ha suggerito che Mladic avrebbe solo agito per proteggere i serbi in Bosnia e sostenuto che nessuno, da parte bosgnacca, avrebbe pagato per i crimini commessi contro i serbi. Simili i discorsi e i toni a Banja Luka, cuore della Republika Srpska (Rs), dove la condanna di Mladic e il lavoro dei tribunali internazionali ancora non vanno giù a molti. Di «demonizzazione» di un intero popolo ha così parlato il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, oggi membro della presidenza tripartita bosniaca, aggiungendo che Mladic rimarrà un eroe e un patriota. La giustizia internazionale è stata parziale, ha affermato la presidentessa della Rs, Zeljka Cvijanovic.

Ma risuonano anche altre campane, con molti intellettuali e politici che hanno apprezzato la sentenza. Fra le posizioni più rappresentative, quella di Draza Petrovic, direttore dell’autorevole quotidiano Danas, giornale antitesi dei tabloid, che ha segnalato che, a 25 anni dalle guerre, tra la gente comune nell’ex Jugoslavia «l’animosità» è in gran parte sfumata, anche se i leader politici ci giocano ancora. E non sono pochi quelli che considerano, anche a Belgrado e Banja Luka, l’ex generale solo «un comandante che ha violato tutte le regole di guerra», da stigmatizzare, non certo da onorare.

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