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Immigrati a Monfalcone, lucro non provato ma non c’è proscioglimento

Mohammad Hossain Mukter, noto come Mark all’epoca dei fatti

Il Collegio giudicante sulla sentenza di improcedibilità per prescrizione dei reati Principale imputato il bengalese Mukter che allora voleva fare carriera politica

MONFALCONE «Non emergendo l’evidenza della prova che i fatti non sussistono, gli imputati non li hanno commessi o che non costituiscono reato e dovendosi rilevare l’intervenuta prescrizione dei reati, una volta esclusa l’aggravante della finalità del profitto, in ragione dell’assenza di prova sul punto, ne consegue la declaratoria di improcedibilità per tutti i reati contestati». Sta in questi termini la conclusione della sentenza depositata dal Collegio composto dai giudici Marcello Coppari, presidente, Concetta Bonasia e Cristina Arban, relativa al procedimento in ordine al favoreggiamento, anche tentato, dell’immigrazione clandestina. Imputato principale il bengalese Mohammad Hossain Mukter, noto come Mark, 44 anni, all’epoca rappresentante della comunità più numerosa a Monfalcone. Gli aspetti sostanziali sono inerenti l’esclusione dell’aggravante “al fine di trarne profitto”, e l’assenza della prova ai fini del proscioglimento circa la contestazione relativa all’immigrazione clandestina. Il Collegio, in particolare, argomenta che «non vi è prova certa che Mohammad abbia mai ricevuto alcun compenso economico da parte degli stranieri di cui si riteneva, in ottica accusatoria, l’ingresso illegale, ovvero di quelli per i quali l’ingresso era stato solo tentato». Viene osservato che nessun teste ascoltato in dibattimento ha dichiarato di aver pagato l’aiuto di Mukter con un corrispettivo economico. Anche di altra natura, un vantaggio di altro tipo. In questo senso, il Collegio precisa che, qualora si fosse potuto delineare, avrebbe richiesto una specifica imputazione consentendo un’adeguata difesa. Pertanto, in assenza di una prova certa della finalità di profitto, l’aggravante è stata esclusa per tutti gli imputati. La sentenza riassume il ruolo di Mukter, che ben inserito nella comunità bengalese, s’era occupato di inviare le richieste di ingresso di lavoratori extracomunitari nel territorio italiano (secondo il decreto Flussi). L’Ispettorato del Lavoro aveva chiesto di svolgere approfondimenti sulla sua attività. Il 44enne individuava anche le aziende che avevano bisogno di personale, disposte a fare la richiesta per l’ingresso in Italia. Viene riportato quanto lo stesso Mukter aveva affermato in aula: si era incaricato di rendere questi servizi ai connazionali per rappresentare un punto di riferimento nella comunità bengalese, aspirando ad una “carriera politica” confidando nel sostegno di quanti aveva aiutato, anche andando a prenderli all’aeroporto e reperire un alloggio. Viene ancora rilevato che, sulla base delle intercettazioni, è emersa “una certa professionalità” di Mukter nel gestire il supporto per le richieste d’ingresso dei connazionali. Attività di una certa complessità. Quindi i giudici osservano: «La gestione di tali pratiche esponeva peraltro Mohammad a possibili problematiche; risulta assai improbabile e difficile da credere che, ben inserito nel contesto sociale italiano (risulta aver lavorato anche per la Procura di Gorizia) si esponesse a svolgere attività di dubbia liceità senza ottenere un beneficio».

Veniamo all’immigrazione clandestina. Si chiarisce come il tentativo dell’ingresso nello Stato rappresenti un reato, qualificato dalla giurisprudenza prevalente “reato a consumazione anticipata”, e come tale non sia necessario che avvenga l’arrivo degli immigrati. Su tutto l’impossibilità del proscioglimento. Il passaggio nella sentenza recita: «Preme osservarsi che malgrado, e forse proprio a causa, di un’istruttoria dibattimentale protrattasi per un eccezionale numero di udienze (39 e con sostituzioni di giudici e modifiche della composizione del Collegio, ndr), le prove da essa derivanti, pur estremamente frammentarie, risultano valorizzabili al limitato fine di escludere l’evidenza della prova della sussistenza di una causa di proscioglimento nel merito».

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