Da Chiara a Giordano: le prime cento storie de “I Triestini”, confidate al Piccolo da patochi e forestieri

Il traguardo a tre cifre dell’iniziativa lanciata per i nostri 140 anni: passioni, sofferenze, speranze, segreti di chi ha deciso di raccontarsi

TRIESTE Cosa spinge una persona a raccontarsi a un perfetto sconosciuto? Fare luce su alcuni frammenti della propria esistenza per poi affidarli alle mani di un estraneo incontrato per caso, per di più mettendoci la faccia, non può essere una scelta determinata dal caso o dalla sola volontà di vedersi pubblicati sulle pagine del quotidiano locale.

Il Piccolo compie 140 anni, nasce la rubrica "I Triestini"

“I Triestini” taglia oggi il traguardo delle cento pubblicazioni. Cento persone, una al giorno, hanno accettato di dare vita alla rubrica che Il Piccolo, attraverso le pagine cartacee e il proprio profilo Instagram, ha inaugurato lo scorso primo marzo. L’iniziativa durerà almeno fino al prossimo 29 dicembre, data in cui il quotidiano fondato da Teodoro Mayer festeggerà i suoi primi 140 anni di storia. Ad accompagnare le storie quotidiane c’è anche una newsletter settimanale dedicata agli abbonati, che si rinnova ogni venerdì mattina (qui il link per iscriversi).

Grazie a questa rubrica stiamo tastando il polso alla città e alla sua provincia. E stiamo cercando d’interpretare i cambiamenti che la stanno attraversando. Lo facciamo ascoltando le persone “comuni”. Persone che incontriamo per strada, nelle piazze, nei luoghi di ritrovo e sui posti di lavoro. A queste persone chiediamo di raccontarci una storia: la loro storia. A queste persone facciamo domande ma, soprattutto, ci rendiamo disponibili a un ascolto autentico e senza giudizio. Chi incontriamo ci racconta il proprio vissuto, le proprie passioni, i desideri e le paure della propria quotidianità. Sono storie a volte molto piccole, personali, mai banali. Il senso di questa narrazione è che ognuno si possa riconoscere nelle esistenze altrui, individuando qualcosa di sé nell’esperienza di uno sconosciuto.

La narrazione, ne “I Triestini”, avviene sempre in modalità diretta, attraverso le parole stesse delle persone intervistate e anche grazie alla centralità che viene data agli scatti fotografici di Massimo Cetin, consapevoli che i volti delle persone e i contesti dove queste vengono immortalate possono essere molto importanti nell’economia di un racconto.

L’iniziale speranza è diventata realtà. È infatti toccante la disponibilità che stanno dimostrando le persone incontrate, accettando di condividere vicende personali come la morte di un familiare, il superamento di una malattia, la separazione dal coniuge, il fallimento professionale, ma anche la realizzazione di un sogno, l’affetto per il proprio animale, la nascita di un bambino. «Ho scelto di venire a Trieste, per la prima volta, per festeggiare a mio modo la guarigione da una malattia», ci ha confidato Chiara, milanese di 36 anni appena arrivata in città: «Questa tre giorni segna il passaggio fra un prima e un dopo. È un viaggio che non poteva avere che come protagonista una frontiera, una città di confine. Un viaggio che è quasi un rito di passaggio». L’amore per Trieste è il filo conduttore di molti incontri fatti con triestini “patochi”, triestini adottivi e foresti di passaggio. C’è chi, come Manuel, ha scelto di trasferirsi a Trieste dopo aver girato il mondo per lavoro, «perché stanco di vivere con la valigia in mano». Manuel ha trasformato in versi i sentimenti nutriti per la sua nuova “casa”, ispirato da tanta bellezza: «Sei bella e spietata Trieste, ruvida, accarezzata dalle barche coi colori del mare dov’è facile sognare e lasciarsi trascinare». Alessandro invece ha accettato di parlarci di «una batosta che ho preso dalla vita», arrivata in seguito alla separazione dalla moglie: «Il dolore mi ha obbligato a mettermi in discussione. La ferita è rimasta, anche se è grazie a quella sofferenza che sono riuscito a cambiare e quindi a crescere come persona». La sofferenza di Maida, dolce signora di 92 anni, ci ha invece riportato ai tempi duri del fascismo, all’italianizzazione dei cognomi, a quando si aveva paura di parlare in strada lo sloveno. Eppure Maida ha deciso di affidarci le sue memorie più care e spensierate, quelle che la vedevano per mano con il nonno Jernej, «una persona molto dolce, che mi dava sicurezza», mentre andava a comprare il gelato a San Giusto.

Dal passato, attraverso le vicende personali, sono emersi drammi collettivi come l’esodo istriano: «Io e mia madre siamo arrivati a Trieste con in mano solo due valigie», così Giordano: «Tutto ciò che ci hanno lasciato portare via dalla nostra casa». Non sappiamo, tornando alla domanda iniziale, cosa spinga le persone, anche le più timide, a raccontarsi a un giornalista e a un fotografo sconosciuti. Azzardiamo un’ipotesi: le storie hanno una vita propria e chiedono solamente di essere raccontate.—

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