D’Agostino: «Il porto di Trieste nel 2050 con pale eoliche in mezzo al mare e idrogeno green»

Il presidente dell’Autorità: gli scali diverranno hub energetici e hi-tech. Trieste città della scienza luogo ideale dove ibridare le idee

«Il futuro del porto non è il porto». Non è una battuta quella che Zeno D’Agostino sfodera a chi gli chiede come si immagini il futuro fra trent’anni. Il presidente dell’Autorità portuale dell’Adriatico orientale disegna i porti del 2050 come luoghi di transito, che siano nel contempo hub tecnologici ed energetici capaci di sprigionare un tasso di innovazione che vada oltre il concetto di “transizione” per abbracciare un cambio di paradigma totale.

«I porti – ragiona D’Agostino – sono destinati a diventare cerniera tra passato e futuro. Non potranno essere solo il luogo dove le navi arrivano per essere scaricate e caricate, ma dovranno utilizzare modelli di sviluppo completamente diversi. Diventeranno hub tecnologici ed energetici: dobbiamo prepararci, senza mollare le funzioni di oggi, ma cominciando a pensare che le città portuali saranno chiamate ad assumere funzioni radicalmente nuove e ospitare infrastrutture non legate solo ai trasporti, che hanno bassissima redditività rispetto agli investimenti: serve dunque aggiungere funzioni e attività».

Quando D’Agostino parla di porti non si riferisce solo ai moli, ma a un tessuto urbano e un territorio che ne sono polmone. «Già oggi le città marittime sono quelle che nel mondo crescono di più. E se si studia la geografia dei cavi sottomarini, ci si accorge che corrisponde perfettamente alle linee marittime. È naturale pensare che un porto diventi l’hub tecnologico di quei cavi. Se costruisco un terminal container e utilizzo spazi sottomarini importanti, perché devo sprecare quegli spazi e non posso installare un data center al loro interno, avendo così un doppio impiego?». La prospettiva è suggestiva e per D’Agostino Trieste è il luogo migliore per metterla in pratica: «Qui possiamo ibridare le idee grazie ai centri scientifici che studiano la fisica e l’informatica quantistica. Cose che oggi ci sembrano fantascienza, ma sono il futuro».

L’altro pezzo di futuro è legato all’economia green, ma il manager ritiene che «parlare di transizione energetica significa solo cambiare la fonte che alimenta le attività di sempre. Certo, accetto questa sfida: il porto si sta dotando di mezzi elettrici e ragiona sull’idrogeno, per superare l’uso di apparecchi obsoleti. Ma rendere più ecologiche le attività dello scalo non basta. Un porto non deve solo usare mezzi a idrogeno, ma deve produrre idrogeno: mi dicono che è difficile trasformare l’acqua di mare in idrogeno, ma forse nel 2050 sarà possibile e i porti di acqua salata ne hanno tanta. E possono pure mettere in campo fonti alternative per produrre elettricità e quindi idrogeno green: i pannelli fotovoltaici si possono installare in mare su piattaforme galleggianti ancorate a chilometri dalla costa e pure le pale eoliche. Dobbiamo pensare a fare le cose sul mare, e sotto il mare, perché la pianificazione è in tre dimensioni».

C’è un futuro lontano, ma anche uno vicino e qui D’Agostino bada al sodo: «Non ci dimentichiamo cos’è un porto oggi. Stiamo investendo una marea di soldi sulla ferrovia per aumentare la competitività e diminuire l’impatto ambientale. Stabilizzeremo poi la presenza dei soggetti che sono arrivati e con cui abbiamo creato le condizioni dello sviluppo del porto dei prossimi dieci anni. E arriva il momento degli insediamenti industriali: servono attività ad alto valore aggiunto, anche privilegiando i traffici che possano generarlo attraverso la trasformazione delle merci.

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