I bunker trasformati in case nel dopoguerra diventano museo e un avamposto turistico

Un investimento di 260 mila euro per l’area di salita Mocenigo. Emergono nuovi reperti e le foto del 1945-1955

MONFALCONE Sono strutture che conservano ancora la memoria di un diverso utilizzo nell’immediato secondo dopoguerra, quando, a causa della carenza di case agibili in città, servirono anche come abitazione. E adesso, parte di queste strutture, saranno valorizzate nell’ambito carsico che vedrà non solo dalla creazione di un museo geologico e naturalistico multimediale nel Centro visite di Pietrarossa e dalla riapertura della Galleria rifugio antiaereo. Con i fondi ricevuti dalla Regione per attuare il Piano integrato di sviluppo del territorio monfalconese, infatti, il Comune ha deciso di mettere mano, investendo 260 mila euro, anche alla zona oltre il sottopasso ferroviario di salita Mocenigo, trasformandola in una vera e propria porta d’accesso alle colline carsiche e al Parco tematico della Grande Guerra e preservando i resti delle costruzioni risalenti al primo conflitto mondiale. Quelle strutture, come detto, nel secondo dopoguerra vennero utilizzate quali abitazioni. È la realtà che emerge da uno scatto degli anni ’50, che ritrae una famiglia all’interno di un piccolo “bunker”, dove trovano posto un letto, qualche suppellettile, un fiasco di vino impagliato. Pietro Commisso, dell’Associazione galleria rifugio, ne è entrato in possesso indagando la storia del tunnel antiaereo che si stende per 260 metri tra piazza della Repubblica e i piedi della Rocca.

«È il chiaro esempio dei problemi abitativi esistenti a Monfalcone tra il 1945 e il 1955, un periodo poco indagato e di cui non si sa molto», spiega Commisso. Secondo un rapporto del Cln, le case rese inabitabili a Monfalcone dai bombardamenti aerei alleati erano il 18% degli edifici presenti in città, pari al 57% dei vani. Allo stesso tempo, nel decennio successivo, la città visse l’afflusso degli esuli da Istria e Dalmazia, poi il rientro, anche se parziale, dei “monfalconesi” che avevano fatto il percorso inverso verso la Jugoslavia, dopo lo strappo Tito-Stalin, mentre la ripresa dell’attività del cantiere tornava a richiamare i lavoratori.

A incuriosire Commisso è stata però anche la scritta, antecedente all’interno con famiglia, “U. S. San Marco” che si trovava e ed è ancora visibile nella costruzione bellica. Dopo aver pensato a tutt’altro, Commisso e chi l’accompagnava nella sua esplorazione si sono accorti che accanto alla scritta c’erano le sagome sbiadite di guantoni da boxe, spade e fioretti, una mazza da baseball e un bastone da hockey. «Forse, quindi, di Unione sportiva San Marco si trattava? Non lo so, perché non ho trovato riferimenti su una società con quel nome, ma quei segni sono stati rispettati finora», sottolinea Commisso. Il Comune ha delineato un intervento che sarà di ristrutturazione per gli edifici non risalenti alla Grande Guerra, da trasformare quindi in punto di ritrovo, partenza e ristoro per tutti i fruitori di tale area, a iniziare dalle scolaresche. Per le costruzioni del primo conflitto mondiale, che «rivestono un importante valore storico da preservare», si prevede invece una sistemazione utile alla realizzazione di uno spazio museale a cielo aperto, anche con l’inserimento, nella parete rocciosa adiacente, di allestimenti che ripropongano uno scenario evocativo delle battaglie del Carso. Per facilitare l’accesso all’ambito verrà valutata anche la possibilità di una passerella aerea di attraversamento della ferrovia.

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