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Idrogeno energia del futuro, tre tecniche in campo ma il nodo da risolvere è lo stoccaggio

La centrale A2A di Monfalcone

Le conoscenze attuali consentono di creare e consumare “sul posto”. Ancora difficile procedere all’accumulo: le prospettive all’orizzonte

TRIESTE Idrogeno da produrre e consumare direttamente “sul luogo”. Lo stoccaggio? Con le tecnologie attuali molto difficile, pericoloso, se non ancora al limite dell’impossibile.

Lo sa bene la Snam che gestisce la rete del gas in Italia, e che ha predisposto un piano in cui sostiene che l’idrogeno sarà l’energia del futuro e avrà un ruolo chiave per raggiungere l’ambizioso obiettivo della decarbonizzazione entro il 2050. Alcuni grandi risultati potranno essere raggiunti presto, come dimostra il progetto di riconversione della centrale A2A di Monfalcone da carbone a gas entro il 2024: la nuova turbina a gas potrà funzionare anche a idrogeno. Ma non solo idrogeno, impossibile: gas metano miscelato a idrogeno. Snam è già pronta a miscelare il 10% di idrogeno con il gas, arriverà al 20% e già ora il 70% delle tubazioni a gas sono pronte per questa miscela. Una produzione continua di idrogeno che sarà immesso direttamente nella rete appena prodotto, derivante da energie rinnovabili, il cosiddetto idrogeno verde (solare dall’Italia o il Nord Africa, eolico o altro) con la produzione notturna. Ma magari anche dallo stesso gas naturale (idrogeno grigio). Ma niente stoccaggio.

Lo sanno bene anche in Austria dove la Voest Alpine vedrà realizzata grazie alla Mitsubishi la più grande acciaieria a idrogeno del mondo: e questo gas sarà utilizzato come combustibile al posto del gas naturale e del carbone.

Ma da dove arriverà l’idrogeno? Nel 2019 Voestalpine ha realizzato nel suo stabilimento principale di Linz, grazie alla Siemens, un impianto che produce idrogeno dall'acqua utilizzando fonti di energia rinnovabili, quindi a zero emissioni di gas serra: 1.200 metri cubi di idrogeno verde all’ora. Zero stoccaggio però. Perché attualmente accumulare idrogeno è un’impresa che troverà soluzioni forse solo per il mondo dell’automotive. Tre le tecniche conosciute, e tutte e tre hanno risvolti più o meno negativi. Eccole.

Stoccaggio gassoso: è necessario avere bombole capaci di sopportare pressioni dell’ordine dei 700 bar. Per avere un’idea, quelle attuali del metano nelle auto hanno una pressione di 220 bar. Impossibile avere serbatoi sicuri in metallo, si stanno valutando materiali compositi e speciali resine rinforzate con le fibre di carbonio.

Stoccaggio liquido: è quello che promette il miglior rendimento, ma incontra i maggiori ostacoli tecnologici. L’idrogeno infatti evapora a -253 gradi centigradi e per mantenerlo nello stato liquido è necessario conservarlo a temperature inferiori: tanto per avere un’idea siamo a 20 gradi sopra lo zero assoluto. E i serbatoi? Tecnologicamente avveniristici, simili a dei thermos: due serbatoi separati da una camera d’aria, rarefatta o sottovuoto. Ma si sta ancora studiando questi serbatoi criogenici.

Stoccaggio in materiali solidi: non vale nemmeno la pena di soffermarsi, è il sistema meno sviluppato e meno efficace praticamente. Questo processo utilizza gli idruri metallici, una sorta di sfere speciali, che hanno la capacità di immagazzinare idrogeno e rilasciarlo. Ma attualmente la capacità di stoccaggio non supera il 2% del peso del serbatoio stesso.

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